Jupiter Ascending, cinema in via d'estinzione. Dobbiamo proteggerlo?
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Jupiter Ascending, cinema in via d’estinzione. Dobbiamo proteggerlo?

La space opera dei Wachowski è uno spettacolo grandioso, eppure rischia di essere un enorme flop al botteghino. Cos'è accaduto?

Jupiter Ascending, cinema in via d’estinzione. Dobbiamo proteggerlo?

La space opera dei Wachowski è uno spettacolo grandioso, eppure rischia di essere un enorme flop al botteghino. Cos'è accaduto?

Jupiter Ascending (qui la trama) è la terza space opera originale distribuita dalla Warner nel giro di due anni dopo Gravity e Interstellar. È però la prima a tentare la strada del fantasy tout court, la creazione di una mitologia; è la più classicamente letteraria delle tre. Il film nasce da una precisa volontà industriale, quella di fondare un nuovo franchise dal nulla. I Wachowski raccolgono la sfida (e il budget vertiginoso, 176 milioni di dollari) e scrivono un racconto che mette assieme la Bella e la Bestia, strali contro la società occidentale – capitalista e iperburocratizzata -, fantasmagorie spaziali alla Star Wars (la varietà topografica e architettonica dei mondi) e un’etnologia alla Star Trek, con alieni per lo più strettamente antropomorfi (c’è perfino una tizia perfettamente normale ma con delle orecchie giganti), il che significa molto trucco e molte protesi per gli attori.

La cifra stilistica dell’operazione è l’accumulo, il che, assieme a un tono straordinariamente serio e un po’ incongruo per uno sci-fi con lucertoloni parlanti e uomini-cane, rende il film curiosamente intempestivo: tutto è permeato da una tendenza al virtuosismo nella messa in scena – costumi, scenografie – e nella scrittura – la costruzione del Mito attraverso quella dei Personaggi – che è praticato e apprezzato soprattutto nel fumetto e nei videogame, dove i limiti strumentali (nel primo caso) e la poca storia del mezzo (nel secondo), ancora permettono l’esibizionismo formale e il piacere dell’esotismo. Ma si tratta di una certa ingenuità postmoderna che il cinema pop si è definitivamente giocato parecchi anni addietro (almeno venti) e che ora ha barattato con l’iperrealismo di genere (alla Nolan / Cuaron) o con la commedia dei generi (tipo Marvel). Lo spettatore delle multisale, che dovrebbe essere il pubblico d’elezione del film, queste cose magari non le razionalizza, ma le traduce in un senso di estraneità, che è praticamente lo stesso che ha decretato il flop di Tron Legacy e John Carter, film complicati e al contempo superficiali, né davvero seri né davvero divertenti. Anche perché è troppo tempo che assistiamo ad affreschi digitali impossibili perché una manciata di mondi e un tripudio di esplosioni siano anche lontanamente sufficienti a garantire un buon incasso.

Questo significa che Jupiter Ascending è un brutto film? No, anzi. È in un certo senso neo-classico (anzi: neo-postmoderno): orgogliosamente politico, con una fiducia commovente nella capacità affabulatoria del cinema, nell’indistruttibilità di certi archetipi. Talmente fuori tempo da sembrare fuori dal tempo, il che ha un indiscutibile fascino cinefilo. Ha inoltre una sua integrità un po’ folle e scombinata (come i Wachowski siano riusciti a completare una cosa del genere spendendo tutti quei soldi è un mistero) che è ammirevole e il suo insuccesso al botteghino, come già ha sottolineato Variety, rischia di essere un boomerang, incentivando ulteriormente gli investimenti su remake, reboot e sequel, oltre naturalmente alle contaminazioni con letteratura, fumetti e videogiochi.
La domanda è: c’è ancora spazio per un cinema ad altissimo budget basato su sceneggiature originali e personaggi nuovi? La risposta, magari, ce la darà Tomorrowland.

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