Con quei capelli a spazzola, cortissimi sui lati, il pizzetto squadrato e gli inconfondibili occhi blu, Kevin Costner sembra più un generale dei Marine che un divo di Hollywood. E tanto meno ricorda l’affascinante gentiluomo che assapora una celebre marca di tonno su una terrazza a picco sul mare, in una pubblicità di cui si è parlato (e ironizzato) a lungo. È a Roma per presentare Black or White, che ha anche co-prodotto, e in cui interpreta Elliot Anderson, un padre di famiglia che dopo aver perso tragicamente moglie e figlia inizia una battaglia per l’affidamento della nipotina, in bilico tra lui e il genero, tossicodipendente e irresponsabile. Piccolo particolare: è un afroamericano, il che introduce un’ingombrante sfumatura razziale nello scontro… La madre del ragazzo e nonna della piccola (Octavia Spencer), infatti, accusa Elliot di avere dei pregiudizi dovuti al colore della pelle del figlio, scatenando la sua rabbia. «Il mio personaggio difende il proprio punto di vista. Sua figlia è morta di parto e il compagno non si è preso cura né di lei né della bambina. Questo lo fa incazzare, e non certo perché l’altro è un afroamericano. Sta qui la genialità della sceneggiatura. “Fottiti! Non sono un razzista! Non puoi farmi sentire così perché non lo sono!”. È un aspetto che mi ha colpito sin dall’inizio».
Best Movie: Parlare di razzismo negli Stati Uniti ha ancora senso dopo l’elezione di Obama?
Kevin Costner: «Gli Usa cercano sempre di fare passi in avanti. È questo che amo dell’America: commette degli errori ma prova sempre a correggerli. È come un bambinone, goffo ma desideroso di migliorarsi. Abbiamo ancora problemi di razzismo perché abbiamo fatto un errore durante la creazione della nostra Nazione, non abolendo da subito la schiavitù. In tanti hanno sofferto, è per questo che ne parliamo ancora nonostante il nostro attuale Presidente sia di origine afroamericana».
BM: In Italia sei famoso non solo per i tuoi film, ma anche per certi spot tv che hai realizzato. Cosa ti ha spinto ad accettare di interpretarli?
KC: «La domanda è lecita: perché fare quello che invece la maggior parte dei miei colleghi rifiuta come la peste? Posso rispondere dicendo che i soldi guadagnati con questi spot mi hanno aiutato a finanziare Black or White, e a investire in tecnologie come la Ocean Therapy Solution, macchinari in grado di purificare l’acqua contaminata dal petrolio».
BM: Quindi non ne faresti un discorso strettamente economico.
KC: «I soldi non sono mai stati la mia guida, non ho mai avuto paura di perderli, per questo li utilizzo per fare film in cui credo o per progetti umanitari. È quello che faccio con quella parte di patrimonio che non è riservato alla sicurezza della mia famiglia. La ricchezza farà anche la felicità, come dice qualcuno, ma non basta: io ho provato una gioia vera, ad esempio, nel realizzare questo film». […]
(foto: Getty Images)
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