L’agente dei servizi segreti britannici Bill Pope (Ryan Reynolds) sta conducendo una trattativa con un giovane hacker ribattezzato “l’Olandese” (Michael Pitt), per sventare un attacco cyber-terroristico da parte di un anarchico in cambio di una borsa piena di soldi e protezione. Ma l’agente Pope, unico a conoscenza del luogo dove si trovano la borsa e l’Olandese, viene fatto fuori, costringendo il capo della CIA Quaker Wells (Gary Oldman) ad affidarsi agli esperimenti sci-fi del dottor Franks (Tommy Lee Jones): trasferire la memoria di Pope nel cervello di un criminale di nome Jericho Smith (un irriconoscibile Kevin Costner con tanto di cicatrici) detenuto nel braccio della morte e fisiologicamente incapace di provare sentimenti a causa di un danno cerebrale subito da piccolo, che gli impedisce di provare il benché minimo senso di colpa.
Il film si concentra sul processo di metamorfosi che il soggetto instabile, abituato a rendere pan per focaccia e ad asfaltare chiunque gli si opponga, subisce dopo l’innesto della memoria di Pope nella sua testa, mostrando come anche nei caratteri più animaleschi e brutali la sensibilità e la capacità emotiva possano essere resuscitate. Un contrasto di personalità quello che prende forma all’interno di Jericho (con tanto di crisi di rigetto), che dà vita a situazioni paradossali, con lui che può contemporaneamente parlare francese e spaccare un cranio nel più splatter dei modi. Ma che soprattutto recupera una sensibilità, a cui si attaglia perfettamente lo sguardo malinconico e sofferto di Kevin Costner, che dimostra di poter ancora sostenere sulle sue spalle il peso di un film, percorrendo un percorso molto simile a quello delle star agé che continuano a imperversare negli action movie, alla Liam Neeson di Io vi troverò, per intenderci.
Peccato che il film di Ariel Vromen non poggi bene sulla struttura del genere, rivelandosi un thriller con molti cedimenti, specie quando dipinge il capo della CIA (e conseguentemente Gary Oldman) come un incapace che non azzecca mai una mossa o nel tratteggio sin troppo macchiettistico del villain. Va detto che anche il lato sci-fi, che avrebbe potuto incuriosire di più, risulta un po’ fragile, ricordando da vicino l'”omologo” Self/Less di Tarsem Singh.
Alla fine a funzionare davvero, è il contrasto intimo dell'”Iceman” Costner, che a contatto con lo sguardo dolce della Wonder Woman Gal Gadot e della bambina di Pope, si scioglie e mette a servizio degli affetti famigliari la sua violenza cieca. Una sorta di Grande Gigante bruto che diventa gentile e nel passaggio regala più di una situazione ironica, facendo di questo B-Movie non solidissimo un memorabile guilty pleasure.
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