Nella mezz’ora che passiamo al telefono, in una tarda mattinata di inizio settembre – lui a Parigi per girare un film, noi a Milano – Kim Rossi Stuart ci dice molte cose di sé e del modo in cui intende il mestiere dell’attore. Niente però è altrettanto chiaro e diretto dei rumori che salgono dalla cornetta mentre parliamo della sua vita e del suo carattere. Vicino a lui infatti c’è Ettore, due anni, che richiede “con energia” le attenzioni di papà. Per la precisione, vuole la palla: Kim lo deve portare al parco. Lavora dodici ore al giorno sul set di una commedia francese (di cui non ci svela il nome) in cui recita al fianco di Geraldine Nakashe, e – dice scherzando – «quando ho un’oretta libera mi tocca per forza». Siccome Ettore insiste a reclamarlo, e Kim lo tiene in braccio, sento tutto e immagino l’attore di Vallanzasca e Romanzo Criminale con l’auricolare nell’orecchio e gli occhi puntati sul bimbo, con l’attenzione ballerina tra il piccolo e la nostra conversazione. «Ecco: prendi la palla e andiamo la parco. La mamma? La mamma ora deve fare la spesa».

Sex symbol e figura paterna: sulla “scala Brad Pitt”, Kim continua a guadagnare punti. Quando poi cominciamo a parlare di Anni felici, in cui l’attore romano interpreta un artista concettuale a inizio anni Settanta, proiezione “mitologica” del papà del regista Daniele Luchetti, deve prendere respiro e fare un po’ mente locale, anche perché ha finito di girare più di un anno prima. «Devo richiamare il file». Mentre Ettore inizia a tossire con quella irruenza che hai solo a due anni, Kim mi dice: «Interpreto un uomo completamente preso dalle sue passioni artistiche, con un aspetto molto infantile, che finisce per mettere in secondo piano la famiglia pur non essendo affatto un padre anaffettivo».

 

Il tuo personaggio è una proiezione del papà di Luchetti. Ti ha fatto vedere dei filmini d’epoca della sua famiglia?
«Ho visto qualche foto e qualche video, ma più che altro Daniele ha cercato di introdurmi al mondo dell’arte concettuale, di cui non sapevo assolutamente nulla e che anzi guardavo con una certa diffidenza. Mi ha anche fatto conoscere alcuni artisti del gruppo di suo padre (scomparso vent’anni fa, ndr), che lui frequenta ancora».

Tuo padre era un attore, quindi anche tu avevi un papà artista.
«In realtà il mestiere d’attore di mio padre non l’ho vissuto. Ha smesso quand’ero ancora molto piccolo. Non lo ricordo in quella veste».

Il tema della paternità torna spesso nel tuo cinema: da Le chiavi di casa ad Anni felici, passando per il tuo film da regista e sceneggiatore, Anche libero va bene. È un caso?
«Non è una cosa su cui mi ero soffermato. È inconsapevole, anche se ora che me lo dici… Anche libero va bene nelle mie intenzioni era un film sull’infanzia, e quindi anche sulla relazione con i genitori. Però è l’unico film che ho fatto da regista, e quindi rivela di me più di tutti i film che ho fatto da attore».

Quindi è un tema che ti tocca da vicino.
«Noi siamo il risultato di queste relazioni. Anche se interpretassi un orfano, magari un orfano sessantenne, non penso che potrei rinunciare a interrogarmi sul rapporto con i genitori. Poi esistono le eccezioni: in questo film francese che faccio ora, dei genitori non si sa assolutamente nulla, non vengono nemmeno nominati».

In Anni felici che tipo di rapporto ha il tuo personaggio con i figli?
«Non è come ci si potrebbe aspettare, perché il punto di vista con cui si narra la vicenda è quello dei miei figli, uno in particolare. Ma nel suo racconto, le relazioni che vengono messe più in risalto sono quelli tra padre e madre, cioè tra me e Micaela Ramazzotti». […]

(Foto Kikapress)

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