Questo film italiano è così realistico che ancora oggi sembra un documentario di guerra
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Questo film italiano è così realistico che ancora oggi sembra un documentario di guerra

A quasi sessant’anni dalla sua uscita, resta una delle rappresentazioni più potenti, lucide e sconvolgenti della guerra e della violenza politica

Questo film italiano è così realistico che ancora oggi sembra un documentario di guerra

A quasi sessant’anni dalla sua uscita, resta una delle rappresentazioni più potenti, lucide e sconvolgenti della guerra e della violenza politica

Scena dal film La battaglia di Algeri

Alcuni film sembrano ricostruire la Storia. Ma La battaglia di Algeri ancora oggi dà l’impressione di averla filmata in presa dirtta. Diretto da Gillo Pontecorvo nel 1966, il film resta uno dei titoli italiani più potenti, discussi e influenti del Novecento: un’opera così asciutta, nervosa e realistica da essere stata spesso scambiata, almeno nella percezione dello spettatore, per un documentario di guerra più che per un film di finzione.

Il punto è proprio questo: La battaglia di Algeri non cerca mai di sembrare “cinema” nel senso più tradizionale del termine. Non costruisce eroi rassicuranti, non cerca il melodramma, non addolcisce la violenza e non accompagna lo spettatore con una lettura semplice degli eventi. Pontecorvo ricostruisce uno dei momenti più duri della guerra d’indipendenza algerina, concentrandosi sul conflitto tra il Fronte di Liberazione Nazionale e l’esercito francese nella città di Algeri, ma lo fa con un linguaggio che sembra più vicino al reportage che al racconto classico.

Ambientato nella seconda metà degli anni Cinquanta, il film segue l’escalation della lotta armata nella Casbah di Algeri, il cuore popolare e labirintico della città. Da una parte ci sono i militanti algerini, determinati a liberarsi dal dominio coloniale francese; dall’altra l’esercito inviato a reprimere la rivolta con metodi sempre più duri. Al centro non c’è un singolo protagonista nel senso tradizionale, anche se la figura di Ali La Pointe emerge come uno dei volti più riconoscibili della resistenza. A dominare davvero il film, però, è la collettività: le strade, la folla, i corpi, le esplosioni, i volti di chi partecipa a una guerra senza potersi più tirare indietro.

La forza di Gillo Pontecorvo sta nel rendere tutto questo terribilmente concreto. Il regista utilizza attori non professionisti, gira in luoghi reali, sceglie un bianco e nero ruvido e una messa in scena che imita il linguaggio delle immagini di cronaca. La macchina da presa si muove tra vicoli, barricate, interrogatori e attentati con una tensione quasi fisica, come se non stesse organizzando la realtà ma inseguendola. Il risultato è un film che non invecchia perché non sembra mai appartenere davvero a un’epoca precisa: sembra una testimonianza diretta, qualcosa che lo spettatore sta osservando mentre prende forma davanti ai suoi occhi.

La dimensione documentaristica di La battaglia di Algeri non riguarda soltanto lo stile visivo. È anche una scelta morale e narrativa. Pontecorvo evita il racconto comodo, quello in cui esistono soltanto innocenti da una parte e carnefici dall’altra. Il film è chiaramente attraversato da una prospettiva anticoloniale, ma non trasforma mai la lotta di liberazione in un’immagine pura, priva di ombre. Gli attentati del FLN colpiscono anche civili, donne e bambini; la risposta francese passa attraverso torture, repressioni, retate e un controllo militare sempre più soffocante.

È qui che il film diventa ancora più disturbante. La battaglia di Algeri mostra la violenza come un meccanismo che, una volta attivato, divora tutto. La distinzione tra terrorismo e resistenza, tra ordine e oppressione, tra strategia militare e brutalità politica, resta sospesa in una zona scomodissima. Pontecorvo non invita lo spettatore a sentirsi al sicuro dentro un giudizio immediato. Al contrario, lo costringe a guardare la guerra coloniale come una spirale in cui ogni azione produce una reazione, ogni repressione alimenta nuovo odio, ogni attentato spinge il conflitto un passo più avanti.

In questo senso, il personaggio del colonnello Mathieu è centrale. Freddo, lucido, quasi impersonale, non viene presentato come un mostro da caricatura, ma come l’espressione razionale di un sistema che vuole mantenere il controllo a qualunque costo. La sua logica è terribile proprio perché coerente: se la Francia vuole restare in Algeria, deve accettare anche le conseguenze dei metodi necessari a mantenere quel dominio. È una delle intuizioni più forti del film, perché sposta il discorso dal singolo gesto di violenza alla struttura politica che lo rende possibile.

Vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, La battaglia di Algeri è diventato nel tempo molto più di un classico del cinema italiano. È stato studiato, discusso, censurato, recuperato, usato come riferimento per comprendere la guerriglia urbana e la controinsurrezione. La sua influenza non nasce solo dalla qualità cinematografica, ma dalla precisione quasi chirurgica con cui mette in scena il rapporto tra potere, occupazione, rivolta e propaganda.

Ancora oggi colpisce soprattutto la sua assenza di retorica. Pontecorvo non cerca la spettacolarizzazione della guerra, ma la sua anatomia. Mostra come un movimento clandestino si organizza, come una città viene militarizzata, come la paura modifica i gesti quotidiani, come la politica entra nei corpi e nelle strade. Anche la musica di Ennio Morricone, composta insieme allo stesso Pontecorvo, non serve mai a rendere tutto più “bello”: accompagna il film come un lamento, un respiro collettivo, una tensione che resta addosso anche dopo la fine.

È per questo che La battaglia di Algeri sembra ancora un documentario di guerra. Non perché rinunci alla costruzione cinematografica, ma perché la usa per farci credere di essere davanti alla realtà nel suo momento più instabile. E forse è proprio qui che si trova la sua grandezza: nel riuscire a essere, allo stesso tempo, un film italiano, un’opera politica, un thriller urbano, una lezione di regia e una delle rappresentazioni più sconvolgenti mai realizzate sulla violenza della Storia.

A quasi sessant’anni dalla sua uscita, il film di Pontecorvo non ha perso forza. Anzi, continua a disturbare proprio perché non appartiene soltanto al passato. Parla di colonialismo, certo, ma anche di occupazione, repressione, radicalizzazione, informazione, immagini e controllo. Tutti temi che il cinema contemporaneo continua a inseguire, spesso senza raggiungere la stessa lucidità. La battaglia di Algeri ci era arrivato prima, con una potenza che ancora oggi lascia senza fiato.

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