Quando a dicembre è arrivata la prima nomination importante, quella come Miglior Attore Drammatico ai Golden Globe, la notizia è passata quasi inosservata. Eh già, perché questo dovrebbe essere l’anno di Leonardo DiCaprio. Eppure Eddie Redmayne, a pochi mesi dall’Oscar per La teoria del tutto, è riuscito nell’impresa di collezionare un altro ruolo e un’altra performance indimenticabili nei panni del pittore danese Einar Wegener, tra i primi ad affrontare l’operazione per il cambio di sesso, dopo aver assunto l’identità e gli abiti di Lili Elbe. Stiamo parlando di The Danish Girl di Tom Hooper, mélo ambientato in Europa negli anni ’20, e illuminato anche dalla prova di Alicia Vikander nei panni di Gerda.
Best Movie: Per interpretare Stephen Hawking in La teoria del tutto ti sei preparato incontrando i malati di SLA, per The Danish Girl hai conosciuto persone della comunità LGBT. Sei un attore molto scrupoloso…
Eddie Redmayne: «La gente mi faceva domande del genere quando stavo interpretando Hawking: “Stai sulla sedia a rotelle tutto il giorno? Come ti sei immerso nel personaggio visto che sei giovane e in salute?”. A me piace fare ricerche, so che mi sto prendendo una responsabilità, a maggior ragione se interpreto una leggenda vivente come Hawking, e allo stesso tempo metto in scena una malattia che vivono molte persone, perciò è anche un mio dovere. Ho fatto lo stesso per calarmi nei panni di Lili, che è stata una donna straordinaria. Ho incontrato molte persone della comunità transgender, e i loro compagni. Ho ascoltato le loro storie, e ognuna era diversa e unica, non c’era una sola “storia trans”».
BM: Qual è stata la sfida più difficile di The Danish Girl?
ER: «Cerco sempre di essere autentico, e una delle cose più intriganti di questo film è che un concetto apparentemente così semplice come la necessità di trovare se stessi è in realtà una nozione complessa, perché se sei un trans e devi affrontare la società, il percorso è complicato».
BM: Avete girato il film in ordine cronologico?
ER: «No, ed è stato strano: le riprese della prima parte del film si sono svolte a Copenaghen, poi siamo passati a girare la parte finale, senza le scene ambientate a Parigi nel mezzo. Ho dovuto quindi saltare subito alla trasformazione di Lili. Rendere questo salto senza aver girato la parte centrale, quella della presa di coscienza, è stata dura».
BM: Sei uno che si porta a casa il personaggio?
ER: «Mi piace pensare che tra le mura domestiche sono me stesso. Però l’impegno che devi mettere quando reciti un personaggio in un film è totale: il fare cinema è un processo costantemente in bilico, è diverso dal teatro, perché quando ti cali in un momento preciso del personaggio, subito dopo che il regista ha detto “Azione!”, può succedere che ci sia un problema con le luci e che tu ti debba bloccare. Perciò è importante imparare a saper ritrovare quel preciso momento, restare sempre focalizzato».
BM: Quanto indietro era la società rispetto alle questioni di genere in quegli anni?
ER: «Era un periodo di estrema confusione. Gli uomini erano appena tornati dalla guerra, e le donne avevano fatto brillantemente il loro lavoro mentre questi erano lontani. Inoltre si giocava con i confini del gender – i capelli tagliati corti, i vestiti mascolini –. Ma, comunque, venivi giudicato e trattato in base al tuo sesso, che è purtroppo un problema ancora moderno. Questa era una delle ossessioni di Lili/Einar, anche perché non aveva precedenti con cui confrontarsi. Infatti, parlava di Lili in terza persona: oggi sarebbe inappropriato, ma allora Einar poteva rapportarsi soltanto così con Lili».
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