All’estero sono tutti d’accordo: «Questo è il film italiano più controverso di sempre»
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All’estero sono tutti d’accordo: «Questo è il film italiano più controverso di sempre»

Un’opera che fin dalla presentazione a Cannes ha diviso pubblico e critica, trasformandosi in un caso internazionale ancora oggi discusso

All’estero sono tutti d’accordo: «Questo è il film italiano più controverso di sempre»

Un’opera che fin dalla presentazione a Cannes ha diviso pubblico e critica, trasformandosi in un caso internazionale ancora oggi discusso

Scena dal film italiano La grande abbuffata

A più di cinquant’anni dalla sua uscita, La grande abbuffata resta un oggetto ingombrante nella storia del cinema italiano. Non è un film che viene ricordato per il consenso critico o per una tardiva rivalutazione, ma per la capacità – ancora intatta – di suscitare repulsione, disagio e polemica. All’estero, soprattutto, è diventato una sorta di metro di paragone assoluto quando si parla di cinema scandaloso: un titolo che continua a essere citato come esempio estremo di ciò che il pubblico non era, e forse non è ancora, pronto ad accettare.

Il momento che ne fissa per sempre la fama è la presentazione al Festival di Cannes nel 1973. La proiezione si trasforma rapidamente in un caso diplomatico: fischi, urla, spettatori che abbandonano la sala e un clima talmente teso da sfociare, secondo diverse testimonianze dell’epoca, anche in uno scontro fisico tra un critico e il regista Marco Ferreri. La reazione più clamorosa arriva però dalla presidente di giuria di quell’anno, Ingrid Bergman, che secondo i resoconti si sarebbe sentita fisicamente male dopo la visione. Pochissimi film italiani hanno mai provocato una reazione così violenta sul palcoscenico più prestigioso del cinema mondiale.

Il motivo di tanto scandalo sta tutto nel cuore del film. La grande abbuffata racconta la storia di quattro uomini borghesi, interpretati da Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Philippe Noiret e Ugo Tognazzi, che si rinchiudono in una villa con un unico obiettivo: mangiare e fare sesso fino alla morte. Non c’è una motivazione tragica, non c’è una crisi improvvisa, non c’è redenzione. Ferreri mostra quattro uomini annoiati, privilegiati, svuotati, che scelgono l’autodistruzione come ultimo atto di libertà. È proprio questa assenza di giustificazioni psicologiche a rendere il film così difficile da digerire: lo spettatore non è invitato a comprendere, ma a osservare e a sopportare.

Per i difensori dell’opera, si tratta di una satira spietata contro il consumismo e la decadenza della borghesia occidentale. Celebre la frase di Noiret, secondo cui Ferreri avrebbe semplicemente messo uno specchio davanti al pubblico, che non ha tollerato l’immagine riflessa. Per i detrattori, invece, La grande abbuffata è un accumulo di oscenità fini a se stesse: cibo trasformato in pornografia, corpi ridotti a funzioni biologiche, sesso meccanico, flatulenze e morte esibiti senza alcun filtro. La moralista britannica Mary Whitehouse lo definì “il film più disgustoso mai realizzato”, un giudizio che ancora oggi accompagna molte analisi internazionali.

A rendere il tutto ancora più disturbante è la scelta di Ferreri di coinvolgere alcune delle più grandi star del cinema europeo dell’epoca, spingendole a recitare contro la propria immagine pubblica. Mastroianni, simbolo dell’eleganza malinconica del cinema italiano del dopoguerra, viene mostrato in situazioni degradanti, fino a essere letteralmente sommerso dagli escrementi di un water che esplode. I personaggi portano persino i nomi reali degli attori, cancellando ogni distanza rassicurante tra interprete e ruolo. Anche la struttura del film sembra studiata per mettere alla prova lo spettatore: oltre due ore di eccessi ripetuti, in cui il confine tra satira e tortura visiva diventa sempre più sottile.

Con il passare del tempo, La grande abbuffata è diventato ancora più controverso. Riletto oggi, il film solleva interrogativi pesanti sul modo in cui rappresenta il sesso, il potere maschile e il corpo femminile. La figura della maestra Andrea, interpretata da Andréa Ferréol, è centrale e ambigua: nutrice, amante, complice e carnefice, unica sopravvissuta di un rituale di morte che sembra guidare con dolcezza. Anche il contesto produttivo ha contribuito a incrinare ulteriormente l’immagine dell’opera, soprattutto per le pressioni esercitate sull’attrice affinché ingrassasse notevolmente per ottenere il ruolo, un dettaglio che oggi pesa come un macigno nella valutazione critica del film.

Eppure, nonostante – o forse proprio grazie a – questo carico di eccessi, La grande abbuffata non ha mai smesso di far parlare di sé. Critici come Roger Ebert lo descrissero come “più un’esperienza che un trattato”, mentre nel tempo artisti e chef ne hanno esaltato la rappresentazione ossessiva del cibo come spettacolo e come condanna. Il film continua a essere proiettato, discusso e analizzato nelle università e nei festival, sempre accompagnato da reazioni estreme, raramente tiepide.

È per questo che, all’estero, il giudizio sembra sorprendentemente unanime: La grande abbuffata è il film italiano più controverso di sempre. Non perché sia il più violento o il più esplicito in senso stretto, ma perché rifiuta ogni forma di mediazione con lo spettatore. Si limita a mostrare l’eccesso fino alla nausea, lasciando chi guarda solo con il proprio disgusto. E anche dopo mezzo secolo, quello scandalo non sembra affatto esaurito.

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