Una delle serie sci-fi più strane degli anni ’80 è ancora oggi irresistibile (e più inquietante che mai)
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Una delle serie sci-fi più strane degli anni ’80 è ancora oggi irresistibile (e più inquietante che mai)

Tra cambi di tono imprevedibili, alieni inquietanti e trovate visive che oggi risultano ancora più audaci, rivela tutto il fascino bizzarro della fantascienza televisiva dell’epoca

Una delle serie sci-fi più strane degli anni ’80 è ancora oggi irresistibile (e più inquietante che mai)

Tra cambi di tono imprevedibili, alieni inquietanti e trovate visive che oggi risultano ancora più audaci, rivela tutto il fascino bizzarro della fantascienza televisiva dell’epoca

Negli anni Ottanta la fantascienza televisiva vive un periodo unico, sospeso tra grezze suggestioni horror, effetti speciali artigianali e una creatività spesso incontrollata. Tra sintetizzatori, mostri in gomma e atmosfere da notte fonda, nascono serie che oscillano tra il terrore autentico e un irresistibile senso di ingenuità. In questo panorama caotico e affascinante si inserisce La guerra dei mondi, sequel televisivo del film del 1953 prodotto tra il 1988 e il 1990: un esperimento sci-fi cupo, paranoico e sorprendentemente ambizioso, oggi diventato un piccolo cult per gli appassionati del genere.

La serie, che si colloca idealmente nel solco di titoli come Friday the 13th: The Series, Monsters, Alien Nation e persino V, rielabora l’immaginario classico dell’invasione aliena con toni più sporchi, viscerali e disturbanti. La guerra dei mondi parte infatti da un’idea semplice ma potente: i Marziani, creduti morti, stanno lentamente tornando. La prima stagione abbraccia un’estetica umida, buia, quasi “biologica”, con alieni che prendono possesso dei corpi umani in sequenze ancora sorprendentemente crude.

Jared Martin guida il cast nei panni dello scienziato Harrison Blackwood, un’intelligenza brillante ma tormentata, lontana dal gesto eroico classico e più vicina alla figura del ricercatore che vede le proprie teorie diventare realtà. Accanto a lui, Richard Chaves (reduce da Predator) porta un’intensità dolente e credibile come militare Ironhorse, mentre Catherine Disher aggiunge calore e umanità al ruolo della microbiologa Suzanne McCullough, vera colonna emotiva della serie.

La seconda stagione, invece, sorprende completamente: un balzo temporale improvviso catapulta la narrazione in un futuro distorto, urbano e post-apocalittico, dove il mondo sembra già aver perso ogni battaglia possibile. Il tono cambia radicalmente: dalle atmosfere da laboratorio umido si passa a paesaggi decadenti, bande violente e un’estetica industriale che richiama Blade Runner e The Warriors, anche quando le risorse a disposizione non permettono di eguagliarne la raffinatezza. L’arrivo di Adrian Paul, poco prima dell’era Highlander, dona alla serie un’energia magnetica che bilancia la sua nuova direzione più ruvida e disordinata.

La guerra dei mondi è, in sostanza, una serie che non avrebbe mai dovuto funzionare. Troppo cupa per essere semplice intrattenimento, troppo bizzarra per la fantascienza televisiva del tempo, troppo incoerente per rispettare del tutto le regole del genere. Eppure, proprio questa continua oscillazione tra ambizione e caos le permette di lasciare un segno indelebile. Tra alieni corporei, atmosfere da incubo, improvvisi cambi di tono e un cast che affronta tutto con una serietà disarmante, il risultato è un piccolo pezzo di storia della TV sci-fi che ancora oggi merita una visione.

Fonte: Collider

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