«La più imprevedibile degli anni 2000»: Stephen King ha perso la testa per questa serie tv sopra le righe
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«La più imprevedibile degli anni 2000»: Stephen King ha perso la testa per questa serie tv sopra le righe

Tra complotti assurdi, colpi di scena e fughe impossibili, questa produzione ha conquistato anche il maestro del brivido

«La più imprevedibile degli anni 2000»: Stephen King ha perso la testa per questa serie tv sopra le righe

Tra complotti assurdi, colpi di scena e fughe impossibili, questa produzione ha conquistato anche il maestro del brivido

Collage Stephen King Prison Break

Quando si parla di storie di evasione, la mente corre subito a Il conte di Montecristo o al più moderno Le ali della libertà — film tratto dalla novella Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank di Stephen King. Non è un caso che proprio quest’ultimo, autore celebre per i suoi horror ma anche per la sua capacità di raccontare l’umanità in condizioni estreme, abbia un debole per le trame ambientate in carcere. E proprio da questo interesse nasce il suo amore dichiarato per una serie molto diversa, ma altrettanto avvincente: Prison Break.

Nel 2008, King ha dedicato un intero editoriale sulle pagine di Entertainment Weekly alla serie della Fox, che ha debuttato nel 2005. Lo scrittore ha elogiato senza mezzi termini l’adrenalina pura offerta dalla serie: «Amo Prison Break follemente, profondamente, sinceramente», scrisse. Ciò che lo ha conquistato, più della plausibilità, è stata l’unione di montaggio serrato e azione esagerata — caratteristiche che rendono lo show irresistibilmente coinvolgente, almeno nelle prime stagioni. Tuttavia, King ha anche ironicamente messo in guardia i lettori: seguire la serie tutta d’un fiato può causare “l’esplosione del cervello” per l’intricata e spesso assurda evoluzione della trama.

Prison Break parte con un’idea semplice ma potente: Michael Scofield (interpretato da Wentworth Miller), un brillante ingegnere strutturale, si fa arrestare di proposito per salvare il fratello Lincoln Burrows (Dominic Purcell), condannato a morte per un crimine che non ha commesso. La posta in gioco è altissima: Lincoln è accusato di aver ucciso il fratello della vicepresidente degli Stati Uniti, un omicidio dietro il quale si nasconde una cospirazione governativa.

Il fascino della prima stagione sta tutto nell’equilibrio perfetto tra tensione narrativa e trovate spettacolari: Scofield ha tatuato sul corpo l’intero piano di fuga, mascherato da disegno tribale, e riesce a mettere insieme una squadra di detenuti in grado di aiutarlo. Il risultato è una corsa contro il tempo ricca di colpi di scena, tradimenti e imprevisti, in cui ogni episodio finisce con un cliffhanger che incolla lo spettatore allo schermo.

Se la prima stagione ha il pregio di essere compatta e coerente (nei suoi eccessi), già dalla seconda si avverte una perdita di direzione. I protagonisti, ormai fuori dal carcere, si trovano coinvolti in nuove fughe e in una guerra contro l’onnipresente “Compagnia”, una misteriosa organizzazione che controlla tutto. La terza stagione tenta un ritorno alle origini, ambientando la vicenda in una nuova prigione in Panama, ma non riesce a replicare la freschezza degli esordi.

La quarta stagione ha però segnato il punto più basso dell’intera produzione: la narrazione si fa caotica, piena di intrecci forzati e ritorni improbabili. L’azione lascia spazio a un complesso (e confusionario) thriller cospirativo che smarrisce del tutto l’identità della serie. E anche se la quinta stagione ha provato a rilanciare la saga anni dopo, il risultato è stato deludente: resurrezioni improvvise, missioni assurde e protagonisti ormai svuotati di credibilità.

Che Stephen King abbia speso parole tanto entusiaste per una serie così altalenante è curioso, ma anche indicativo. In fondo, Prison Break incarna quel tipo di fiction americana che non ha paura di esagerare, che punta dritta all’intrattenimento e riesce, almeno per un po’, a sospendere l’incredulità dello spettatore. Una qualità che King, da narratore di mondi impossibili, ha sicuramente apprezzato.

Nonostante il progressivo declino qualitativo nelle stagioni successive, Prison Break rimane uno dei fenomeni televisivi più rappresentativi degli anni 2000. Ha lasciato un segno nella cultura pop e ha dimostrato come anche una serie non perfetta possa diventare un cult — soprattutto se riesce a conquistare l’immaginario collettivo, e magari anche quello di uno scrittore leggendario.

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Foto: Marc Andrew Deley/Getty Images

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