La protagonista di Una nuova vita non è un’eroina: ecco perché divide il pubblico
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La protagonista di Una nuova vita non è un’eroina: ecco perché divide il pubblico

Tra pregiudizi e sospetti, Vittoria costringe lo spettatore a scegliere: fidarsi di lei o restare dalla parte del dubbio

La protagonista di Una nuova vita non è un’eroina: ecco perché divide il pubblico

Tra pregiudizi e sospetti, Vittoria costringe lo spettatore a scegliere: fidarsi di lei o restare dalla parte del dubbio

anna valle in una nuova vita

Una nuova vita, la nuova fiction del momento, ha scelto una scorciatoia che in prima serata raramente porta tutti d’accordo: mettere al centro una donna che torna dal carcere e chiedere allo spettatore di restare in bilico, senza appigli consolatori. Vittoria Greco rientra a San Martino di Castrozza dopo otto anni di detenzione per l’omicidio del marito Leonardo, un delitto maturato “sotto il sole delle Dolomiti” e subito trasformato in marchio pubblico. Da lì in poi la serie lavora più sullo sguardo degli altri che sull’azione: la comunità, la famiglia del marito, perfino la professione che dovrebbe ridarle dignità. Ed è proprio questo che la rende divisiva.

Nell’intervista a TV Sorrisi e Canzoni, Anna Valle la definisce così: «È una donna schietta, vera. Ha rapporti diretti con tutti e non ha mai paura di dire ciò che pensa». Non è il ritratto di un’eroina “facile”, tutta ferite e purezza. Vittoria non chiede permesso, non ammorbidisce gli angoli, e quando prova a riprendersi la sua quotidianità trova porte chiuse: «Durante gli otto anni in carcere si è specializzata in Medicina generale e, una volta tornata nel suo paesino, comincia a lavorare come medico di base, ma non ha pazienti: nessuno infatti si fida di lei. Tutti pensano che sia un’assassina». È un dettaglio narrativo che pesa perché rende concreta l’idea di condanna sociale: anche se libera, resta “colpevole” nella testa degli altri.

La frattura più dolorosa, e anche quella che più spacca chi guarda, è il rapporto con il figlio: «L’incontro tra mamma e figlio però è drammatico: il giovane la detesta e non ha intenzione di perdonarla». Qui la serie non addolcisce nulla, e l’ambiguità è parte del gioco. Il pubblico si divide tra chi legge Vittoria come vittima di un errore e chi, davanti a una madre assente per anni e a una comunità ostile, fatica a concederle subito fiducia. A rendere tutto più tossico, dentro la storia, è anche l’etichetta mediatica: «I giornali di cronaca nera che soprannominano la donna “La mantide delle Dolomiti”». Un soprannome che, da solo, orienta lo sguardo e avvelena ogni gesto: qualunque reazione diventa sospetta, qualunque tentativo di riparazione suona come strategia.

In questo senso Una nuova vita è più interessata alle crepe che ai simboli. Vittoria non è un’eroina perché la serie la tratta come un essere umano sotto processo permanente: madre, professionista, imputata anche quando non c’è un tribunale. E quando una protagonista resta così esposta, senza un’aura protettiva, è inevitabile che il pubblico finisca per schierarsi.

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