Brian K. Vaughan è uno degli sceneggiatori più quotati sulla scena internazionale.
Il suo ultimo lavoro, che ha sviluppato insieme alla disegnatrice Fiona Staples, è Saga: una serie a fumetti che in Italia viene pubblicata dalla BAO Publishing. La storia è ambientata nel futuro, in una realtà alternativa, a cavallo tra mondi differenti: di umani non c’è la minima traccia e i nostri due protagonisti, Marko e Alana, provengono da due pianeti da sempre in conflitto. C’è lo spazio, c’è il fantasy e c’è l’avventura. E nonostante queste premesse, Saga è comunque un’opera realistica, con personaggi profondamente combattuti: non troverete né buoni assolutamente buoni, né cattivi che vogliono fare del male senza ragione.
Abbiamo incontrato Vaughan al Lucca Comics and Games, nella chiesa sconsacrata di San Romano, e abbiamo parlato in disparte, dopo il botta e risposta con i fan. Affabile, disponibile e sorridente, in giacca dai bordi lucidi e t-shirt nera, ha un’ironia pungente magnificamente avvolta da un doppio strato di umiltà. «Ho paura del mondo reale» dice. «I fumetti sono una sorta di terapia economica».

 

Best Movie: Come nasce Saga?
Brian K. Vaughan: «Sono diventato recentemente papà per la prima volta e volevo assolutamente raccontare l’esperienza dell’essere genitore. Ma so che non c’è niente di più noioso che ascoltare le storie di altre persone sui loro bambini. Quindi dovevo trovare un modo alternativo: ho pensato di farlo grazie a un’avventura epica e spaziale. E in un certo senso ne è venuta fuori una storia molto più personale di quanto avrei creduto».

BM: La prima cosa che viene in mente leggendo Saga è Romeo e Giulietta.
BKV: «Ci sono molti elementi in comune ma credo che la differenza più grande con la tragedia di Shakespeare sia che quella è la storia di due adolescenti piuttosto idioti, che prendono una terribile decisione suicidandosi. Saga invece è la storia di due razze simili e di due adulti, che anziché optare per il suicidio, decidono di affrontare la questione facendo molto sesso. Il risultato è una bambina, Hazel. Penso che molte storie finiscano con la maturazione, psicologica ma anche sessuale, dei loro protagonisti. Io volevo invece che questo fosse l’inizio di Saga: Hazel non è la fine del racconto ma, appunto, il principio».

BM: La famiglia, insomma, è un altro dei temi portanti.
BKV: «Esatto. Penso che sia una storia sulla creazione. Ma non solo intesa in senso genitoriale. Anche quello che abbiamo fatto io e Fiona con questo libro, o quello che potrebbe fare chiunque altro scrivendo per esempio una nuova canzone, è creazione. Un modo come un altro per contrapporsi a molte cose che, invece, distruggono. La famiglia, quindi, è uno dei temi principali, però non volevo scrivere una storia solo per mamme e papà, ma per tutti coloro che cercano di creare qualcosa».

BM: Come vi siete conosciuti tu e Fiona?
BKV: «Sono sempre stato un fan del suo lavoro. Credo che sia una delle superstar del fumetto, e quando ho avuto quest’idea l’ho cercata. Per fortuna non mi ha riso in faccia quando le ho raccontato la storia; ha solo detto: “Sì, suona interessante”».

BM: Il contesto più presente in Saga è comunque la guerra.
BKV: «Vivo negli Stati Uniti, un Paese in cui per la maggior parte della mia vita ho sentito parlare di guerra. Viene quasi naturale, quando si hanno dei bambini, pensare che farli nascere in questo mondo vorrà dire farli entrare in contatto con la guerra, e quindi doverli preparare ad essa. In America se ne parla sempre, ma l’esperienza concreta del conflitto è lontanissima dalla vita di ogni giorno. Io stesso pago una tassa per soldati che combattono a migliaia di chilometri da dove vivo. Quindi scrivere questa storia, raccontare questa guerra tra un pianeta e la sua luna, e il fatto che l’abbiano appaltata altrove, è una metafora della nostra cosiddetta “guerra al terrore”». […]

(foto: Massimo Carnevale)

 

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