Un giorno un vecchio tagliatore di bambù trova all’interno di una canna una minuscola creatura dall’aspetto regale. La porta a casa e qui lei si trasforma in una neonata, che l’uomo e la moglie decidono di crescere come una figlia. La piccola – soprannominata gemma di bambù dagli amici e principessa splendente dai genitori adottivi – si trasforma in una bellissima donna che affascina tutti coloro che incontra, anche se niente e nessuno riesce a rapire il suo cuore. Nemmeno quando il padre le riserva una vita da autentica principessa e accoglie a palazzo giovani nobili intenzionati a sposarla…

Nasce da uno dei più popolari racconti giapponesi l’ultimo film di Isao Takahata, co-fondatore insieme a Hayao Miyazaki dello Studio Ghibli, nelle sale italiane solo per tre giorni (dal 3 al 5 novembre).
Un progetto che affonda le radici tanto nella tradizione nipponica come in quella dello studio di animazione, sebbene il tratto grafico e la complessità interpretativa del messaggio siano ancora più raffinati dello stile a cui Miyazaki ci ha abituati.
In Kaguya – nella versione italiana il suo nome inspiegabilmente non viene mai pronunciato – rivivono l’idilliaco rapporto con la natura, le difficoltà di crescere e inseguire la propria felicità, e il trauma di venire a contatto con un universo estraneo: Takahata proietta la sua “eroina” magica – una creatura lunare – all’interno del mondo degli umani di cui riconosce presto i limiti.
La storia della principessa splendente è un film difficile da affrontare non solo per i 137’ di durata (francamente troppi) e i numerosi riferimenti a un folklore a noi sconosciuto, ma anche per la profonda infelicità che vela gli occhi della sua protagonista. Che viene esiliata dalla Luna per un grave peccato commesso (anche se questo non ci viene mai esplicitamente detto; lo scopriamo dalle note di produzioni) e neppure sulla Terra riesce a trovare il suo posto. O quanto meno a conservarlo. Perché Takahata ci fa vedere chiaramente come la felicità risieda nella semplicità dei gesti e degli affetti quotidiani, e non sia da anelare altrove. Ci dice anche – seppur senza mai esprimere alcun giudizio, come la dottrina Ghibli impone – che spesso i genitori disegnano per i figli un futuro che non ne asseconda né la sensibilità né i desideri. Anche se nell’unica vita che ci viene donata ognuno dovrebbe imparare a fare tesoro di tutte le esperienze vissute, anche quelle più dolorose, cercando di plasmare il suo destino, senza mai ribellarsi ad esso (Kaguya si pente di aver chiesto alla Luna di venire a riprenderla).

Se a livello contenutistico l’opera di Takahata si pone in perfetta continuità con quella di Miyazaki, è nell’estetica e nella scelta di un tratto grafico ancor più abbozzato, quasi sfumato, e artigianale che si intravede la differenza di stile. Un disegno che conferisce al design anime un volume morbido e delicato che rende ogni inquadratura quasi un quadro da ammirare e pieno di sfumature.
Le stesse che ciascuno spettatore può leggere nei diversi sentieri interpretativi che questa poesia animata suggerisce, e che certamente non sono facili da cogliere e assimilare da un pubblico troppo giovane (si consiglia la visione agli adulti).

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