Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti ed Elio German nel poster de La tenerezza

Fa davvero piacere ritrovare un regista importante come Gianni Amelio di nuovo alle prese con la matrice intima del suo cinema da sempre sincero e commovente, capace di leggere in profondità le metamorfosi e i fenomeno sociali, politici ma anche sentimentali della storia italiana degli ultimi tre decenni. Dopo L’intrepido con Antonio Albanese e il documentario Felice chi è diverso, il regista calabrese si riappropria con La tenerezza di un cinema attento e misurato, morbido e scrupoloso, capace di scavare sotto la superficie dei drammi che mette in scena, senza far rumore ma con la precisione chirurgica di un punteruolo.

La purezza abbagliante dei personaggi di Amelio, spesso e volentieri privi di maschere e quasi sempre alleggeriti di ogni orpello retorico, possiedono una forza graffiante e non accomodante che pure non rinuncia a una docile idea di tenerezza, all’affetto del ritratto umano, alla poesia del gesto e del dettaglio che il regista di Così ridevano costruisce loro intorno. Ed è proprio tenerezza, fin dal titolo, la parola chiave del nuovo film dell’autore, che prende un grande attore troppo spesso dimenticato (Renato Carpentieri) e gli cuce addosso i tratti dolenti e scontrosi del burbero Lorenzo, un avvocato sul viale del tramonto con un passato e un presente ingrigiti e smunti. Rimasto vedovo dopo la morte di una moglie che forse nemmeno amava, l’uomo fa i conti con dei figli distanti e alteri e dei nuovi vicini in apparenza normalissimi ma depositari in realtà di segreti e disagi covati per anni, pericolosi e potenzialmente distruttivi.

La tenerezza tallona un’umanità malconcia e dimessa, nevrotica e al limite, ma lo fa con un pudore mai tetro e una vitalità puntualmente sommessa e poetica. Attraverso l’incastro narrativo di due storie familiari e di una manciata di solitudini che s’incontrano anche se senza mai scontrarsi direttamente, il regista parla dello sparsamente affettivo e culturale dell’Italia di oggi, in cui l’istituzione familiare è una carcassa priva di peso, l’indifferenza verso gli estranei ma anche verso i propri cari regna sovrana e i migranti sono uno spettro presente ma irrimediabilmente fuori campo: fanno capolino nel prologo e nell’epilogo (due processi, non a caso) e più o meno a metà, ma non acquisiscono volutamente alcun timbro e nessuna consistenza (si veda, a tal proposito, il monologo in ospedale di Giovanna Mezzogiorno, mobile e intenso come molti primi piani del film).

Amelio, autore del soggetto insieme ad Alberto Taraglio e a Chiara Valerio, liberamente ispirato al romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone, si perde purtroppo in qualche didascalismo di troppo e la sceneggiatura possiede alcuni elementi eccessivamente forzati che il suo cinema migliore avrebbe in passato espunto o quantomeno raffinato, ma ha il merito di affrontare due elementi cardine della contemporaneità e del giornalismo quotidiano in presa diretta, gli extracomunitari e la cronaca nera, non in maniera bieca e compiaciuta ma con un timore accorto e quasi fuori dal tempo, senza sentimentalismo ma senza nemmeno sbandierare a tutti i costi la propria antiretorica costruita a tavolino, come la moda vigente imporrebbe.

Notevole la fotografia del solito Luca Bigazzi, che immortala in maniera vivida una Napoli calda ma allo stesso tempo distaccata, dalle tonalità sature e contrastate, dando vita a molte immagini e altrettanti fotogrammi di notevole suggestione visiva. Struggente e memorabile anche l’apparizione di Greta Scacchi nei panni della madre di Germano, con un monologo che toglie il fiato. Dispiace solo per l’intenso Renato Carpentieri, accreditato sulle locandine come fosse un personaggio di contorno pur essendo il protagonista assoluto.

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