La valle dell’Eden torna sullo schermo con una nuova e ambiziosa trasposizione firmata da Zoe Kazan, che ha scelto di ripartire dal monumentale romanzo pubblicato da John Steinbeck nel 1952 per trasformarlo in una serie limitata Netflix. Un legame con l’opera che, nel suo caso, è anche profondamente personale: suo nonno Elia Kazan aveva infatti diretto nel 1955 la celebre versione cinematografica con James Dean.
La nuova serie amplia lo sguardo sulla storia dei Trask e attraversa diverse generazioni, affidando a Florence Pugh il complesso ruolo di Cathy, mentre Christopher Abbott interpreta Adam Trask, Mike Faist veste i panni di Charles e Ciarán Hinds quelli di Samuel Hamilton.
Nella nostra intervista, Zoe Kazan ci ha raccontato il lungo rapporto con il romanzo di Steinbeck, il confronto inevitabile con il film diretto da suo nonno, la scelta di approfondire Cathy attraverso uno sguardo contemporaneo e il significato che temi come il libero arbitrio, il cambiamento e il conflitto tra bene e male assumono nel presente.
Cosa ti ha ispirato a scrivere e produrre questa versione più ampia de La valle dell’Eden, avvicinandoti maggiormente alla struttura e alla lunghezza del romanzo di Steinbeck?
«Ho letto il libro per la prima volta quando avevo quindici anni. Ero un’adolescente disperatamente studiosa e da allora mi è rimasto impresso. L’ho riletto tante volte, ma per me continua a essere un mistero. Essendo cresciuta in California, questo materiale mi incuriosiva moltissimo: al suo interno c’era così tanta storia californiana che ne ero affascinata.
Dopo che avevo letto il libro, i miei genitori, gli sceneggiatori Nick Kazan e Robin Swicord, mi portarono a Salinas perché ne ero talmente ossessionata che dovevo andare alla “nave madre”, al mio Santo Graal.
Poi, tornando al romanzo da adulta, mi sono resa conto che ogni volta che lo apro trovo qualcosa di nuovo. Credo che, quando un libro è così ricco di tesori, finisca per chiamarti. Alla fine sono diventata abbastanza coraggiosa da mandare un messaggio ai miei agenti dicendo: “Se i diritti de La valle dell’Eden dovessero mai tornare disponibili, potreste proporre me come sceneggiatrice? Ho un’idea di come vorrei realizzarlo”. Circa due anni dopo i diritti sono diventati disponibili e ho presentato la mia idea.»
Perché credi che una serie di sette episodi sia il formato giusto per raccontare La valle dell’Eden, una storia che attraversa circa cinquant’anni, dalla Guerra di secessione americana alla Prima guerra mondiale?
«Il film diretto da mio nonno nel 1955 è diventato iconico per un motivo: esplora la parte finale del libro con grande curiosità e con una voce molto precisa. Credo però che esista una parentela naturale tra questo romanzo e il formato televisivo, proprio perché la storia si muove nel tempo ed è, in un certo senso, già serializzata.
In questo modo, il fatto che ogni capitolo del libro sia diverso contribuisce alla costruzione di un insieme che diventa più grande della somma delle sue parti. Il formato televisivo permette inoltre di raccontare una storia intergenerazionale, e per me era davvero importante riuscire a farlo. È qualcosa che il film, per la sua natura, non aveva potuto approfondire.»
Qual era l’idea generale che volevi trasmettere e come hai scelto di suddividerla nei diversi episodi?
«Avevo l’istinto che il libro funzionasse come una dialettica, attraverso tesi, antitesi e sintesi che si ripetono continuamente. Volevo quindi che gli episodi funzionassero quasi come piccoli film: uno poteva richiamare Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, un altro I giorni del cielo di Terrence Malick, un altro ancora una commedia di Arthur Miller.
Avevo questo schema nella mia testa e, andando avanti, ciò che mi è stato più utile è stato capire come rendere coerenti tutti questi elementi all’interno di un’unica grande storia.
Mi sono resa conto che avevo bisogno di intrecciare in ogni trama il concetto di Timshel, una parola ebraica legata alla storia di Caino e Abele che viene tradotta, approssimativamente, con ciò che Dio dice a Caino: “Puoi trionfare sul peccato”. Per me era molto importante trovare i modi in cui tutti questi personaggi si confrontano con la possibilità di scegliere tra il bene e il male.»

Hai comunque dovuto sacrificare una parte del libro per adattarlo al formato della serie?
«Sì. La cosa più difficile da sacrificare è stata la storia della famiglia Hamilton. All’inizio non pensavo che sarei riuscita a farne a meno, ma mentre lavoravo alle sceneggiature è diventato chiaro che avevamo bisogno di concentrarci su una storia, e quella dei Trask rappresenta la trama centrale del libro.
I personaggi di Dessie Hamilton e Tom Hamilton significano moltissimo per me, ma a un certo punto ho capito che le persone possono sempre andare a leggere il romanzo.
Quando Ciarán Hinds ha accettato di interpretare Samuel Hamilton, quasi non riuscivamo a crederci. Era la mia prima scelta, così come lo erano tutti gli altri attori che poi hanno accettato di partecipare. Quando è arrivato sul set ho pensato: “Oh, Dio, non riesco ad affrontarlo. È incredibile”.
Da bambina avevo anche una grande cotta per il personaggio che interpretava in Persuasione, quindi per me è stato davvero un sogno.»
Come hai affrontato il complicato personaggio di Cathy?
«Florence Pugh è stata la prima persona a cui ho pensato per il ruolo di Cathy. Era l’unica attrice che volevo e sono stata davvero fortunata che abbia accettato.
L’avevo vista in Midsommar e, anche se quel personaggio non ha nulla a che vedere con questo, ciò che aveva fatto in quel film mi era sembrato straordinario. Ho pensato: “Se può fare quello in quel film, può fare anche questo nella mia serie”, perché Cathy è un ruolo estremamente difficile.
Come sceneggiatrice cerco sempre di avvicinarmi con empatia alle persone di cui scrivo, così come faccio con i personaggi che interpreto da attrice, e Florence lavora nello stesso modo. Riesce sempre a percorrere una linea molto interessante: trova empatia per i suoi personaggi senza necessariamente renderli simpatici. Ed era esattamente ciò di cui avevo bisogno per Cathy.
C’era inoltre qualcosa in Florence che mi ricordava il principio maschile junghiano, l’archetipo dell’animus di Cathy, nonostante il personaggio si presenti in modo estremamente femminile. Allo stesso tempo cercavo un Adam che rappresentasse l’opposto: qualcuno che esteriormente apparisse molto maschile, ma che avesse dentro di sé qualcosa di femminile, l’anima.
In questo modo, anche se il libro possiede una certa semplicità allegorica, quasi in bianco e nero, possiamo esplorare tutte le complessità di un essere umano.»
Volevi quindi offrire un’interpretazione moderna di Cathy, diversa da quella proposta dal romanzo?
«In realtà questo libro non è mai una cosa sola. Cathy viene inizialmente introdotta dicendo, in sostanza, che a volte esistono mostri nati da genitori umani. Ma circa cento pagine dopo Steinbeck torna sui propri passi e dice qualcosa come: “Ho descritto Cathy come un mostro, ma ora che ho preso la lente d’ingrandimento, l’ho osservata meglio e ho letto le note a piè di pagina, forse ho sbagliato a farlo. È facile definirla cattiva, ma se non esaminiamo il perché non ha senso”.
Una delle cose che mi appassionava maggiormente era proprio il desiderio di rispettare questo istinto di Steinbeck. Per riuscirci, però, ho dovuto liberarmi di alcuni dei pregiudizi maschilisti tipici degli uomini bianchi della metà del secolo scorso nei quali il testo poteva restare intrappolato.
Trovo affascinante, per esempio, che possa esserci un ritratto così sfaccettato di Lee, un personaggio cinese-americano, accanto a una descrizione del suo volto che oggi definiremmo chiaramente razzista. È stato quindi naturale eliminare alcuni di quei pregiudizi razzisti, così come alcuni elementi che trovavo misogini.
Non accuso Steinbeck per questo. Non possiamo aspettarci che un artista esista al di fuori del proprio tempo. Ma sentivo un profondo desiderio di liberare gli istinti migliori del libro e arrivare a ciò che c’è di umano in tutti questi personaggi.»

Cosa rende questa nuova interpretazione di una storia così classica ancora rilevante per il nostro tempo?
«Ci sono moltissime ragioni e, purtroppo, questa storia mi sembra ancora più urgente oggi rispetto a quando ho iniziato a lavorarci, nel 2020.
Sono sempre sul punto di piangere quando parlo dell’idea che siamo capaci di cambiare. Possiamo guardare al nostro passato senza considerarlo una pietra troppo pesante da portare, ma nemmeno qualcosa di insignificante o privo di significato.
Credo che sia un’idea piena di speranza. È ciò che desidero per me stessa e per i miei figli. C’è qualcosa di davvero bello in questa possibilità, soprattutto perché va nella direzione opposta rispetto a un impulso molto presente nella nostra cultura: quello di definire una persona una volta per tutte, inchiodarla a ciò che è stata e dirle che sarà sempre e soltanto quello.
Tendiamo a punire le persone per le loro azioni invece di lasciare spazio al cambiamento. Io penso che dire “ho sbagliato” sia una cosa estremamente potente, e sono molto grata di aver avuto la possibilità di farlo nella mia vita.
Credo quindi che il libro parli profondamente del nostro momento storico, ma forse parla di ogni epoca, perché racconta archetipi e storie antichissime che noi stiamo semplicemente reinterpretando attraverso questa serie. Il tema del “fratello contro fratello”, per esempio, mi sembra estremamente attuale.»
La valle dell’Eden è ora disponibile per lo streaming su Netflix.
Foto: Rob Kim/WireImage; Netflix
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