Negli ultimi decenni, la pubblicità italiana ha trovato nel cinema un alleato prezioso, capace di trasformare un semplice messaggio commerciale in un racconto visivo dotato di stile, atmosfera e identità. Non si tratta soltanto di “prestiti” tra linguaggi, ma di vere e proprie collaborazioni creative in cui i marchi hanno scelto di affidarsi ai più grandi autori del nostro cinema per costruire immaginari riconoscibili, emozioni condivise e campagne destinate a rimanere nell’immaginario collettivo. Dal mondo buono e artigianale di Mulino Bianco alle atmosfere sofisticate di Campari, dalle narrazioni epiche legate all’automotive fino ai territori del brivido e della sperimentazione, ogni collaborazione racconta non solo l’evoluzione dello spot, ma anche la capacità del cinema italiano di reinventarsi in formati diversi.
È in questo dialogo tra autorialità e comunicazione che troviamo alcuni dei contributi più sorprendenti: piccoli film in grado di condensare, in pochi secondi, la poetica di registi come Gabriele Mainetti, Matteo Garrone, Federico Fellini, Sergio Leone e Dario Argento. Un mosaico ricchissimo, che dimostra come lo spot possa diventare un luogo di creazione tanto fertile quanto il grande schermo.
Federico Fellini

Tra i registi che hanno segnato in modo decisivo il dialogo tra cinema e advertising non può mancare Federico Fellini, forse il nome che più di tutti ha dimostrato come lo spot possa diventare una forma d’arte autonoma. Il maestro riminese approda alla pubblicità con Una favola moderna, lo spot realizzato per Campari e ambientato in un vagone ferroviario, dove Silvia Dionisio e Victor Poletti danno vita a un incontro che sembra uscito direttamente dalle sue pellicole. In pochi secondi, Fellini ricrea il suo universo: un misto di sogno e quotidianità, di sguardi sospesi e piccole epifanie, dove il tempo si dilata e la realtà si tinge di magie improvvise.
L’atmosfera è volutamente artificiale, teatrale, avvolta da quell’aura malinconica e ironica che ha reso il suo cinema unico. La pubblicità diventa così un breve viaggio sensoriale, un frammento di mondo felliniano che, nonostante la durata ridotta, conserva tutta la potenza evocativa della sua regia.
Pochi anni dopo, nel 1985, Fellini torna allo spot per firmare Alta società di Barilla, confermando la sua straordinaria capacità di adattare il linguaggio pubblicitario alle esigenze del racconto poetico. Anche qui, attraverso scenografie curate, personaggi tratteggiati con delicatezza e un’ironia appena accennata, trasforma il formato breve in una piccola narrazione compiuta. Il cibo diventa pretesto per parlare di desideri, di sogni borghesi, di relazioni che si tessono e si sciolgono in un attimo, con quella leggerezza che solo Fellini sapeva maneggiare.
Sergio Leone – Renault 18 Diesel

Anche Sergio Leone, maestro indiscusso del western all’italiana, negli anni ’80 si lascia affascinare dal mondo della pubblicità. Nel 1981, Renault gli affida infatti la regia dello spot dedicato alla Renault 18 Diesel, spingendolo a trasportare nel formato breve la poetica che aveva reso leggendari i suoi film. Leone chiama al suo fianco l’amico e collaboratore di sempre Ennio Morricone, autore delle colonne sonore più iconiche del suo cinema, per costruire un micro-racconto dal respiro epico che non somiglia a nessun altro spot dell’epoca.
Nasce così un piccolo film di trenta secondi che riporta immediatamente allo stile visivo del regista: un’ambientazione arida, essenziale, quasi da arena western, dove l’unica protagonista è l’automobile incatenata al centro della scena. La macchina si “ribella”, accelera, si divincola, ingaggia un duello metaforico con le catene che la imprigionano. Leone indugia sui dettagli – il frontale con la scritta “diesel”, gli interni, il movimento del cambio, il momento in cui il metallo cede – replicando nello spot la sua inconfondibile grammatica cinematografica, fatta di tensione, attesa e gesti potentissimi.
Lo spot diventa subito memorabile, tanto da ispirare una celebre parodia in Attila flagello di Dio (1982) di Castellano & Pipolo, dove una scena replica lo stesso schema con un uomo – Renaulto – al posto dell’automobile. È la prova di quanto quell’opera, nata per la pubblicità, fosse già entrata nell’immaginario collettivo. E soprattutto conferma una verità semplice: anche in un formato di pochi secondi, Leone resta Leone, capace di trasformare un diesel in un protagonista degno del suo cinema.
Dario Argento – Fiat Croma

Tra i registi italiani che hanno scelto di confrontarsi con la pubblicità negli anni Ottanta, Dario Argento rappresenta forse il caso più curioso. Fino ad allora lontano dal settore, decide di cimentarsi nello spot dopo aver osservato l’interesse crescente dei colleghi – da Fellini a Leone – verso questo linguaggio. L’occasione arriva nel 1987, quando Fiat gli affida la regia della campagna per la Croma, trasformando una commissione commerciale in un’opportunità creativa.
Lo spot, della durata di trenta secondi, viene girato ad Alice Springs, in Australia, un paesaggio di strade asfaltate e zone desertiche che Argento sfrutta per costruire un’atmosfera sospesa, quasi da thriller. Qui mette a punto alcuni movimenti di macchina audaci, tra cui la celebre ripresa che entra nell’auto dal bagagliaio ed esce dal parabrezza: una sequenza complessa, ottenuta scoperchiando una delle vetture e girando il movimento al contrario, poi rimontato con precisione millimetrica. Molti di questi esperimenti tecnici saranno ripresi – e affinati – nel suo film Opera, uscito nello stesso anno.
A rendere lo spot ancora più singolare sono piccoli dettagli argentiani, come l’inquadratura ravvicinata di una cavalletta sul ciglio della strada, nata per caso ma scelta dal regista per la sua forza visiva. Un microfilm dal gusto inquieto e dinamico, in cui Argento dimostra che anche la pubblicità può diventare un terreno fertile per esplorare stile, ritmo e tensione cinematografica.
Gabriele Mainetti – Mulino Bianco

Uno degli esempi più recenti e significativi di dialogo tra il cinema nostrano e la pubblicità è quello di Gabriele Mainetti, che per i 45 anni di Mulino Bianco firma la campagna C’è un mondo più buono. Lo spot porta nel linguaggio pubblicitario la poetica fatta di meraviglia, artigianalità e attenzione al dettaglio del regista di Lo chiamavano Jeeg Robot, trasformando il racconto del brand in una piccola storia capace di evocare emozioni familiari. In poche parole, anche Mainetti dimostra come l’incontro tra cinema popolare e comunicazione di massa possa amplificare l’identità di un marchio senza rinunciare a uno sguardo autoriale.
Matteo Garrone

Lo stile visivo di Matteo Garrone, sospeso tra fiaba e realismo magico, si presta perfettamente allo spot come forma breve e potentemente evocativa. Non sorprende, dunque, che negli anni sia stato scelto da alcuni dei marchi più prestigiosi, attratti dalla sua capacità di trasformare pochi secondi in un racconto dal forte impatto estetico.
Tra le sue collaborazioni più note figurano Dior, per cui ha firmato diversi fashion film dedicati all’haute couture, e Campari, marchio ormai storico nel dialogo con il cinema d’autore. In entrambi i casi, Garrone porta con sé atmosfere rarefatte, simboli leggeri come presenze oniriche e un uso del colore che richiama immediatamente il suo cinema. Ogni inquadratura diventa un piccolo tableau vivente, un frammento di mondo in cui moda, prodotto e narrazione convivono con naturalezza.
Il risultato è sempre lo stesso: campagne che sembrano microfilm, curate in ogni dettaglio e riconoscibili a colpo d’occhio. Garrone non si limita a illustrare un brand, ma costruisce attorno ad esso un immaginario, confermando come la pubblicità possa diventare un terreno privilegiato per gli autori capaci di raccontare per immagini.
© RIPRODUZIONE RISERVATA