Tutti gli scrittori fantasy, volente o nolente, sono influenzati da Tolkien e dal suo Signore degli Anelli, e di certo George R.R. Martin, l’autore del Trono di spade, non fa eccezione. Nonostante sia un fan dell’opera portata al cinema da Peter Jackson, nel corso degli anni Martin non ha mai nascosto di non amare particolarmente un passaggio: quello della morte di Gandalf.
Intervistato da Jesse Thorn nel 2011, lo scrittore ha condiviso un’opinione decisamente impopolare riguardo l’arco narrativo dello stregone mentore di Frodo. Gli appassionati ricorderanno che nel primo libro del Signore degli Anelli Gandalf muore a seguito dello scontro con il Balrog, dopo essere precipitato nell’abisso delle miniere di Moria. Tuttavia, nelle Due Torri il personaggio ritorna indietro dalla morte, purificato, e prende il posto di Saruman assumendo il nome di Gandalf il Bianco.
Ebbene, sembra che questo passaggio fondamentale non sia proprio andato giù a Martin, secondo il quale Tolkien avrebbe fatto meglio a dare a Gandalf una conclusione definitiva. «Ho sempre pensato che sarebbe stato meglio se fosse morto del tutto – ha spiegato – Che grande impatto ha avuto quella scena su di me, come mi ha colpito! Ma purtroppo, il suo sacrificio perde di significato quando ritorna come Gandalf il Bianco».
L’autore del Trono di spade, dopotutto, è diventato praticamente un meme per la sua freddezza nel fare fuori senza pietà i personaggi più amati (sì, Ned Stark, stiamo parlando di te!). Secondo Martin, la morte dovrebbe essere «un momento di trasformazione» per un personaggio. Anche in caso di successiva resurrezione, l’eroe dovrebbe insomma perdere qualcosa di fondamentale di sé, come avvenuto a Jon Snow o a Catelyn Stark nei suoi libri. «Ma Il Signore degli Anelli non pretende nulla da Gandalf in cambio del suo ritorno. Anzi, diventa addirittura più potente», ha spiegato lo scrittore.
Di certo, le critiche di Martin sono coerenti con la sua visione della morte e con il suo immaginario fantasy. Tuttavia, non sono esattamente applicabili all’universo creato da Tolkien, e soprattutto al ruolo simbolico ricoperto da Gandalf nella narrazione del Signore degli Anelli. L’autore, infatti, dimentica forse che il personaggio non è un semplice umano come Jon Snow, bensì una figura angelica (lo stesso Tolkien lo definiva «un Angelo incarnato» nelle sue lettere). Gandalf rappresenta la luce e la saggezza, e oltre a essere una guida e un mentore per i protagonisti, è anche il più forte baluardo contro l’oscurità di Sauron. In altre parole, l’epilogo della storia sarebbe stato ben diverso, se non fosse tornato dall’aldilà.
Inoltre, non è del tutto vero che Gandalf non perde nulla prima della sua trasformazione. Egli viene infatti ricompensato poiché sceglie di sacrificarsi per i suoi compagni. Era infatti l’unico a poter contrastare il Balrog, contro il quale lotta per ben dieci giorni prima di riuscire finalmente a sconfiggerlo. Il suo ritorno come Gandalf il Bianco sottolinea quindi l’importanza simbolica del sacrificio per gli altri, oltre a rappresentare il trionfo della luce e della speranza. Si tratta, in definitiva, di un passaggio fondamentale della trilogia del Signore degli Anelli, senza il quale il viaggio di Frodo non sarebbe mai arrivato a compimento.
Fonte: Screen Rant
Foto: Dan MacMedan/WireImage (Getty Images)
