«Ogni maledetta domenica…» Oliver Stone lo ripete con gusto, gli piace il suono del suo film del 1999 tradotto in italiano. A Roma per promuovere la sua ultima fatica, Le Belve, tratto dal bestseller di Don Winslow, il celebre regista ha incontrato Best Movie per una chiacchierata.

BestMovie: Preparazione, riprese, montaggio… qual è la tua fase preferita di un film?

Oliver Stone: È come chiedere «preferisci la prima, la seconda o la terza elementare?»; sono tutte tappe necessarie al completamento di un percorso. La preparazione è un territorio inesplorato: hai solo la sceneggiatura e gli attori. Se riesci ad affrontare bene questo momento di incertezza, sei a buon punto. Le riprese sono uno scontro con la realtà, con i limiti di tempo e denaro. Al montaggio, poi, devi ridurre all’essenza il film, recuperi la tua umiltà rendendoti conto di come alcune cose, sullo schermo, non funzionino. Il meccanismo di creazione di un film è un delicato equilibrio: è come librarsi sul trapezio del circo, ma senza avere la rete di sicurezza a salvarti in caso di caduta.

BM: Quanto è stato difficile adattare il romanzo di Winslow?

OS: Abbiamo dovuto tagliare moltissimo in favore di un ritmo più rapido e di una maggiore presa sul pubblico. Al montaggio, abbiamo eliminato tutte le scene di Ophelia (Blake Lively, ndr) con sua madre, interpretata da Uma Thurman. Erano interessanti, ma rallentavano il primo atto. Bisognava arrivare il prima possibile al rapimento di Ophelia. Con lo stesso criterio, abbiamo ridotto le rapine compiute da Ben e Chon (interpretati da Aaron Taylor-Johnson e Taylor Kitsch, ndr) da tre ad una sola. Comunque, non è stato solo un lavoro di limatura: abbiamo aggiunto scene che nel libro non esistevano e modificato i rapporti. I personaggi di Benicio Del Toro e John Travolta, nel romanzo, non si conoscono. Nel film, intuiamo che si conoscono da tempo e che hanno collaborato.

BM: Nel libro, la storia è narrata da vari punti di vista; nel film, l’unico narratore è Ophelia. Come mai?

OS: Sapevo di avere solo due ore a disposizione e di dover ridurre le voci narranti ad una sola. Il punto di vista di Ophelia mi interessava maggiormente, perché all’inizio dichiara che il fatto che sia lei a narrare la storia non implica necessariamente che sia sopravvissuta. Questa premessa aggiunge tensione e curiosità.

BM: La scena-chiave del finale si svolge nel deserto. Omaggio al western?

OS: Certo. Il western mi affascina, perché tratta sempre di scelte morali. Non avevo riferimenti precisi, ma film come Duello al sole o quelli di Sergio Leone fanno parte della mia cultura. Nella scena di cui parli, ci sono sei personaggi in questo splendido paesaggio bruciato dal sole, isolati dal mondo. Devono decidere cosa fare, prendere decisioni molto pesanti. In quest’ottica, mi piace pensare all’ultima parte de Le Belve come ad un western. Il primo atto è un ritratto della vita da spiaggia, il secondo atto è un noir messicano pieno di torture, il terzo atto è un western spietato con elicotteri al posto dei cavalli.

BM: Raramente parli di religione nei tuoi film. Il personaggio di Ben, uno dei protagonisti, segue i precetti della filosofia buddhista. Qual è il tuo rapporto con questa religione?

OS: Io sono buddhista. Volevo mostrare come il personaggio di Ben fosse un tipo profondamente spirituale, che vuole aiutare il prossimo. È votato alla causa dell’Africa e usa la marijuana a scopo terapeutico, per aiutare malati e persone sofferenti. Il buddhismo, certo, accentua la sua spiritualità, sottolineando la metamorfosi negativa che compie durante il film.

BM: In questo senso, benché il film si svolga in epoca contemporanea, i tre protagonisti sembrano riecheggiare lo spirito di libero amore e libera droga degli anni ’60.

OS: Non c’è niente di male in quegli anni, ed è sorprendente che i media, negli Usa, tendano tuttora a condannare quel periodo, che fu invece fondamentale dal punto di vista della conquista dei diritti civili per le minoranze. Io, purtroppo, non l’ho vissuto appieno, dato che ero in Vietnam, ma sono felice di omaggiare quello spirito.

BM: Il sogno dei due protagonisti, Ben e Chon, di migliorare il mondo attraverso il consumo di erba è destinato al fallimento?

OS: Sì, e non per colpa loro. Non è la droga a creare il male, specie se per droga intendiamo la marijuana. È la politica dei governi a creare il male: i tredici anni di proibizionismo alcolico all’inizio del Novecento cos’hanno portato agli Usa? La nascita della mafia. Chissà quando la Storia inizierà ad imparare dai propri errori.

BM: Quindi le belve non sono Ben, Chon e Ophelia ma i politici?

OS: Sono tutti belve. Il film mostra una parabola di sangue innescata non dalla droga in sé, ma dal commercio illegale derivato dal proibizionismo. A causa di esso, Ophelia viene rapita. A causa di esso, Ben compie azioni violente contrarie alla sua natura, mettendo in pericolo di vita la persona che ama di più al mondo, cioè Chon. Ben diventa una belva, un selvaggio, ma non è colpa della droga: è colpa della politica. Diventa parte del mondo selvaggio creato dal conflitto tra governo e trafficanti di droga. La guerra alla droga ricorda, per certe dinamiche, quella al terrorismo: e quando i governi sbagliano, le popolazioni diventano più cattive, più feroci. Basti guardare l’Iraq: gli Usa sono arrivati lì, indicando Saddam come il nemico. Gli iracheni, oggi, sono più offesi, più incattiviti, più “selvaggi” di prima. La belva non è un elemento autoctono, è creazione dei “selvaggi”, delle belve di Washington.

(Foto Getty Images)

 

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