Leonardo DiCaprio a Roma: «Non faccio film per vincere l'Oscar»
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Leonardo DiCaprio a Roma: «Non faccio film per vincere l’Oscar»

L'incontro con il grande attore e Alejandro González Iñárritu, in Italia per presentare Revenant - Redivivo

Leonardo DiCaprio a Roma: «Non faccio film per vincere l’Oscar»

L'incontro con il grande attore e Alejandro González Iñárritu, in Italia per presentare Revenant - Redivivo

L’arrivo di Leonardo DiCaprio a Roma, accompagnato dal suo regista Alejandro González Iñárritu, ha fatto impazzire la Capitale: all’indomani di un red carpet che somigliava più a una zona di guerra (centinaia di fan si sono accampate davanti al tappeto rosso in attesa di ammirare il super divo, e sul posto è arrivata persino la polizia per contenere la confusione), i due appaiono un po’ provati, ma comunque estremamente disponibili, alla conferenza stampa della mattina seguente.

Revenant – Redivivo (qui la nostra recensione ma anche una riflessione su ciò che non funziona), fresco di ben 12 nomination agli Oscar, è un film viscerale, un film di sangue, di vento, di neve e di acqua, di elementi sensoriali che si percepiscono vividamente.
Qualcosa che si vede al cinema di rado, e che per Iñárritu è stato assolutamente intenzionale: «Il mio scopo era quello di creare l’impressione del documentario, volevo che tutto accadesse in tempo reale. Se avessi girato il film cinque anni fa, prima di Birdman e con la tecnologia dell’epoca, non sarei riuscito a realizzarlo come l’ho realizzato adesso. Per me, comunque, l’idea principale era quella di riuscire a far entrare le persone nella pellicola, come se si svolgesse tutto in soggettiva. Volevo unire al fattore cinematografico quello documentario. Non a caso, parlando di Revenant – Redivivo, un giornale ha titolato il suo articolo “National Leographic

Conferma lo stesso Leonardo: «Credo che quel che vediamo nel film – il mio respiro che appanna l’obbiettivo, il sangue che macchia lo schermo – consenta allo spettatore, come raramente capita, di entrare profondamente e direttamente in contatto col personaggio in scena. Permette di percepire a livello viscerale ciò che stanno vivendo le figure coinvolte nella storia: Alejandro e Chivo (Emmanuel Lubezki, ndr) sono riusciti a creare un film quasi neorealista, un docudrama, in cui ci si immerge senza soluzione di continuità, senza distacco; Revenant – Redivivo è un’incursione nei sentimenti più profondi e intimi del personaggi, mentre sullo sfondo ci sono questi paesaggi così grandiosi ed epici. Fin da quando ho incontrato Alejandro ho compreso la sua visione, e non avevo mai partecipato a un film dove la padronanza del mestiere fosse così evidente ed eccezionale come nel loro caso. Sono stati in grado di amalgamare la visione di paesaggi incredibili alla percezione delle emozioni più private dei personaggi. E sì, c’è sicuramente un aspetto voyeuristico in tutto questo».

Protagonista di Revenant – Redivivo, oltre al tormentatissimo DiCaprio, è indiscutibilmente anche la folgorante fotografia di Emmanuel Lubezki (candidato pure quest’anno all’Oscar, e ne ha già due in saccoccia). Guardando il film è chiaro quanto Lubezki abbia influenzato l’aspetto visuale della pellicola. «Revenant – Redivivo è stato un processo complesso, ha coinvolto molti elementi di ogni settore» dichiara Iñárritu. «In quanto a Chivo, l’ho incontrato quando eravamo ventenni e siamo subito diventati amici. Ho lavorato con lui per molto tempo, abbiamo girato molti corti e poi Birdman: sono da sempre un suo fan. Quando lo invito a un mio progetto parliamo degli obiettivi che vorremmo raggiungere, è una collaborazione che parte fin dai primi sviluppi del film, di ciò che voglio trasmettere. E abbiamo discusso a lungo della tecnica cinematografica, di ciò che desideravo fare emotivamente e narrativamente. Chivo ha provato e usato molte camere, obbiettivi e lenti diverse; un processo lungo, per trovare il modo migliore per esplorare la visione filosofica del film attraverso un’idea molto chiara. Alcuni fanno ricorso agli storyboard, noi abbiamo trovato un luogo e, lì, abbiamo giocato con tutti i movimenti che potevamo utilizzare, per rappresentare la tensione drammatica. Chivo ha dato un potente contributo, è qualcosa di interattivo il modo in cui lavora con le telecamere, la sua conoscenza dell’uso delle luci, il suo ritmo con la telecamera, è eccezionale. Ogni inquadratura è frutto di qualcosa che si era già elaborato. Con lui non è soltanto un discorso di fotografia ma anche di linguaggio».

Registicamente, il suo lavoro è stato influenzato principalmente da «film come Andrej Rublev di Tarkovskij, Fitzcarraldo e Aguirre Furore di Dio di Herzog. Questo perché non trovo che Revenant – Redivivo sia un western in realtà, è più un’esperienza spirituale, un percorso spirituale e anche fisico: si concentra sulla dimensione privata del personaggio, sui sentimenti che attraversa».

Anche stavolta DiCaprio concorda: «Il fatto interessante è che, anche se il film è ambientato in un’epoca non lontana, allora non c’erano storici che potessero documentare ciò che vivevano questi uomini in tali terre incontaminate, le storie venivano raccontate dalle tribù e dagli indigeni. Quindi creare questo personaggio è stato un po’ come lavorare nella fantascienza e in qualche modo ha rappresentato un momento di nostalgia per quei tempi, mettendo in luce soprattutto l’aspetto spirituale di individui in grado di sopravvivere nella natura selvaggia grazie a ciò che traevano dalla natura stessa. Poi però quel che Alejandro voleva era che il film diventasse era una vera e propria esperienza e da lì abbiamo creato tutto, volevamo mostrare come quest’uomo perseverasse contro tutte le avversità, cercando di ripercorrere ciò che ha vissuto. Per questo c’è stata poca preproduzione e tanto affidamento all’istinto».

Quella di Leo è stata una sfida non da poco: «L’avventura di Hugh Glass è una di quelle storie che si raccontavano attorno al fuoco. Lui era un uomo della nuova frontiera, e questo è un elemento ben presente nel racconto, ma Revenant – Redivivo è anche una storia di sopravvivenza che mostra la capacità, il tentativo dell’essere umano di dominare la natura. Attraverso il suo personaggio ho potuto anche toccare con mano l’avidità dell’uomo, che saccheggia l’ambiente naturale e cerca di succhiar via più risorse possibili anche danneggiando le popolazioni che vi abitano. Quest’anno ho realizzato un film sul cambiamento climatico e mi sono reso conto dei suoi devastanti effetti ancor di più: in un ambiente lontano dagli insediamenti urbani anche un grado in più o in meno cambia tutto. La natura ci ha mostrato quanto è fragile, dunque il 2015 è stato davvero simbolico dal punto di vista meteorologico, l’anno però in cui per la prima volta le nazioni si sono unite per cercare di fare qualcosa di propositivo per combattere l’urgenza climatica».

Ma questo benedetto Oscar, sarebbe felice di riceverlo, finalmente? Leo non si sbilancia e risponde con un neutrale aplomb: «Siamo stati tutti felici che il nostro film abbia ricevuto tutti questi riconoscimenti dall’Academy. Ovviamente io continuo a definirlo un viaggio che abbiamo fatto insieme in queste zone, nella storia di Hugh Glass; per me è un capitolo importante delle nostre vite. Certo che fanno piacere i premi, perché abbiamo dato tutti noi stessi in quest’opera, dunque ci lusinga. Ma non facciamo film per vincere Oscar: quando stai girando, pensi a tutto meno che alle potenziali nomination. Quello che vogliamo è che il pubblico lo veda e se l’Oscar può aiutarci in questo, e nel far capire agli studios che vale la pena rischiare per realizzare opere del genere, è un traguardo importante: il lavoro fatto da Alejandro e Chivo è incredibile, qualcosa di cinematograficamente mai raggiunto prima, un’epopea artistica».

Qui tutti i meme sul complicato rapporto tra Leo e l’Academy. Sarà la volta buona?

Foto: Getty

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