Nel grande contenitore del Marvel Cinematic Universe, dove ogni tassello tende a incastrarsi con un altro e i finali spesso servono anche a spalancare nuove porte, non è semplice sorprendere davvero. Eppure, tra le uscite più recenti su Disney+, una serie è riuscita a far discutere proprio per come ha scelto di chiudere il suo percorso, rinunciando consapevolmente a una delle “regole non scritte” del MCU: quella del finale come vetrina di cameo, tease e promesse immediate per il futuro.
A rompere lo schema è Wonder Man, e in particolare il suo episodio conclusivo, Yucca Valley, definito da molti come uno dei più divisivi tra quelli arrivati finora dall’universo Marvel televisivo. La ragione è semplice: invece di puntare su un grande spettacolo d’azione o su un colpo di scena utile a collegare la serie ai prossimi film, l’episodio sceglie una chiusura intima e coerente con il punto di vista della storia. Wonder Man è ambientata in un mondo in cui i supereroi esistono e sono parte della realtà quotidiana, ma la serie guarda quel contesto dal basso, attraverso personaggi che non partecipano ai grandi eventi “storici” del MCU. E questa prospettiva, nel finale, viene portata fino in fondo.
Al centro ci sono Simon Williams, attore in difficoltà interpretato da Yahya Abdul-Mateen II, e Trevor Slattery, il performer veterano portato in scena da Sir Ben Kingsley. La serie, più che sulle imprese eroiche, insiste sul tema della verità nella recitazione e sull’autenticità: Simon cerca di tenere nascosti i propri poteri per non compromettere la carriera, mentre Trevor prova a lasciarsi alle spalle l’identità del “Mandarino”, pur continuando a muoversi in zone grigie legate al Dipartimento per il Controllo dei Danni, con l’agente P. Cleary (Arian Moayed).
La svolta arriva dal penultimo episodio, Kathy Friedman, che termina con Simon costretto ad affrontare le conseguenze di un incidente sul set: i poteri sfuggono al controllo e mandano in frantumi lo stage dove si sta girando il remake di Wonder Man firmato dal regista Von Kovak (Zlatko Burić). Invece di trasformare quella crisi nel trampolino per un combattimento finale, Yucca Valley costruisce tensione proprio sull’idea opposta: evitare che l’azione esploda, perché un confronto diretto significherebbe smascherare Simon.
È qui che Trevor compie la scelta più significativa e, insieme, più discussa: riprendere per la prima volta dai tempi di Iron Man 3 i panni del Mandarino e prendersi la responsabilità dell’esplosione. Non è solo un richiamo nostalgico, ma un gesto di controllo e riscatto: se nel film era una pedina usata per incutere paura, qui si riappropria del personaggio per aiutare un amico, proprio mentre Simon scopre che Trevor gli stava anche passando informazioni alle autorità.
Il risultato è un finale che preferisce la chiusura emotiva alla classica passerella MCU, lasciando qualche filo aperto – come il DODC ora consapevole dei poteri di Simon – ma senza farne un obbligo narrativo. Una continuità possibile, insomma, più desiderata che imposta.
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