James Wan, è come Re Mida: tutto quello che gira lo trasforma in oro. Malesiano, 36 anni, si fa un nome nel 2004 grazie a Saw, dando il via a uno dei franchise horror più fortunati e longevi di sempre, nonché l’unico del filone torture-porn (Hostel, che lancia il genere, si ferma a 2 film). Nel 2007, la Universal gli mette in mano un horror a medio budget (20 milioni), Dead Silence, ma è un mezzo flop: negli Usa tira su 16 milioni e non rientra nemmeno delle spese. Wan sparisce per altri tre anni, ma stavolta, quando ritorna, lascia il segno: Insidious, che è puro artigianato vecchia scuola, costa un milione e ne incassa 50. C’è pochissima CGI e molto senso del teatro: set invasi dal fumo, trucco e parrucco abbondanti, giochi d’ombra, scenografie da vecchio luna park. Eppure funziona. Wan – a Hollywood – diventa l’uomo in grado di moltiplicare il denaro, e le Major cominciano a contenderselo.

Arriviamo quindi a oggi, con il regista che gioca nello stesso momento in tre campionati diversi: sta per uscire il sequel di Insidious 2 (basso budget), dirigerà Fast & Furious 7 per Universal (altissimo budget) e nel frattempo esce in sala questo The Conjuring (medio budget: i soliti 20 milioni), prodotto da Warner e già celebre per essere uno dei film della storia dello Studio con il punteggio più alto in fase di test screening, cioè misurando il responso degli spettatori-cavia alle proiezione che precedono l’uscita (servono a dare un’idea delle potenzialità economiche di un titolo, e quindi a decidere quanto investire in pubblicità). Oggi si avvia a superare i 130 milioni di dollari al box office americano, battendo The Ring e diventando il maggior successo horror degli ultimi 15 anni. Da dove nasce un exploit del genere?

The Conjuring racconta di due studiosi del paranormale, marito e moglie (Patrick Wilson e Vera Farmiga), che indagano sulle presenze che infestano una vecchia casa di campagna, un grosso villino a due piani dove i Peron – papà, mamma e 5 figlie giovanissime – si sono appena trasferiti. È davvero tutto qui: il film è un incrocio tra Amytiville Horror e L’Esorcista, la versione tradizionale e un po’ vintage di Paranormal Activity. Anche lo svolgimento è senza sorprese, un campionario di luoghi comuni, dalle bambole possedute alle cantine infestate. Se quindi The Conjuring dimostra qualcosa, è che quando si tratta di sottogeneri classici come questo – tanto classico da aver ispirato una serie TV chiamata semplicemente American Horror Story – esiste una misura a disposizione di tutti, una manciata di situazioni che, se interpretate al meglio, garantiscono un botteghino buono oppure ottimo (quest’anno sono andati molto bene anche Oscure presenze e La notte del giudizio). Vale a dire che in casi simili le risorse sono il conservatorismo del pubblico e la tecnica del regista, perfino una certa rigidità delle Major – che da sempre mal sopportano la sperimentazione – molto più che il film in sé. Ovvero che lo svolgimento si mangia il soggetto, svuota di senso la lettura critica, la classica esegesi. In questo senso James Wan, come autore, è una scelta perfetta, perché non si prende la briga di inventare niente – non gli interessa proprio – ma conosce abbastanza bene la tradizione del cinema horror, soprattutto gli anni ’70, da improvvisare senza svarioni sulle basi, da svariare sul tema con sicurezza. Nel fare questo si è ormai dimostrato il più bravo che c’è in giro, e The Conjuring, a tratti, fa una paura del diavolo. È però un film per appassionati entusiasti, più che per cinefili ipercritici: ripaga benissimo chi cerca l’effetto, meno chi riflette sulla causa.

Guarda il trailer del film, che uscirà mercoledì 21 agosto nelle nostre sale.

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