Nel mare sempre più affollato delle nuove uscite Netflix, Untamed è riuscita a distinguersi con forza e personalità. In un panorama dominato da thriller urbani e crime metropolitani, questa serie sposta l’attenzione nella natura selvaggia, tra silenzi carichi di tensione e paesaggi che sembrano nascondere più di quanto mostrino. Il risultato è una storia avvolgente e disturbante, che conquista fin dal primo episodio e si lascia divorare in una maratona senza pause.
Creata da Mark L. Smith, già autore del western crudo e violento American Primeval, e da Elle Smith, sceneggiatrice di The Marsh King’s Daughter, Untamed porta sul piccolo schermo un mystery-thriller che parla di natura, colpa, isolamento e giustizia. Soprattutto, riesce nell’impresa più difficile: conciliare profondità narrativa e ritmo da binge-watching compulsivo.
A guidare lo spettatore in questo viaggio è Eric Bana, attore australiano noto per ruoli in film come Munich, The Dry e Black Hawk Down. In Untamed, interpreta Kyle Turner, un agente speciale del National Parks Service incaricato di mantenere l’ordine nelle zone più remote e inospitali del parco nazionale di Yosemite. Un lavoro che richiede forza fisica, pazienza, ma anche una buona dose di resistenza psicologica. Quando un corpo viene ritrovato nella natura incontaminata, quello che sembra l’inizio di un’indagine isolata si trasforma rapidamente in un viaggio personale e oscuro, in cui Turner è costretto a fare i conti con segreti nascosti non solo nel parco, ma nella propria memoria.
La serie affonda le radici in atmosfere alla True Detective, ma aggiunge un elemento naturale visivamente potentissimo: la wilderness americana, fotografata in tutta la sua bellezza e brutalità. Il parco diventa infatti quasi un personaggio a sé, silenzioso, indifferente, ma sempre presente.
Oltre a Bana, il cast include Sam Neill in un ruolo ambiguo e affascinante, Rosemarie DeWitt come una figura chiave del passato del protagonista, Wilson Bethel e Lily Santiago, tutti perfettamente integrati in una storia che gioca con i tempi, le verità sussurrate e le identità ambigue. Ogni personaggio porta con sé un segreto, e ogni episodio scava un po’ più a fondo nelle dinamiche psicologiche e nei misteri del parco.
L’equilibrio tra introspezione e tensione funziona, sostenuto da una regia solida, una colonna sonora mai invasiva e una sceneggiatura che dosa bene rivelazioni e svolte narrative. Nulla è lasciato al caso: nemmeno il paesaggio, come dicevamo, che riflette perfettamente lo stato d’animo dei personaggi.
Se la critica ha accolto Untamed con entusiasmo (83% su Rotten Tomatoes), è il pubblico ad aver decretato il vero successo: 92% di approvazione sul Popcornmeter, con commenti entusiasti che parlano di “sorpresa inaspettata”, “trama coinvolgente” e “interpretazioni magnetiche”. C’è chi ringrazia Netflix per aver pubblicato tutti gli episodi insieme: «L’ho vista in una sola notte, ed è stato un viaggio che non dimenticherò».
Molti spettatori hanno paragonato la serie a Ozark, Mayor of Kingstown o ai lavori di Taylor Sheridan, per l’atmosfera rurale e il taglio crudo. Tuttavia, Untamed riesce comunque a trovare una voce propria, mescolando thriller psicologico, drama poliziesco e riflessione esistenziale.
Presentata come una miniserie autoconclusiva, Untamed chiude il suo arco narrativo in modo coerente e soddisfacente. Tuttavia, il microcosmo che costruisce — e il modo in cui lo fa — lasciano spazio a possibili espansioni. Netflix non ha ancora annunciato nulla a riguardo, ma il riscontro positivo potrebbe convincere il colosso dello streaming a rivalutare la sua natura “limitata”.
Nel frattempo, resta una delle proposte più forti dell’estate: un crime drama elegante, malinconico e immersivo, capace di fondere paesaggi mozzafiato con personaggi spezzati e un mistero che, anche quando si svela, continua a lasciare tracce nella mente dello spettatore.
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