Libere, disobbedienti e innamorate. La nostra intervista alle ribelli del cinema israeliano
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Libere, disobbedienti e innamorate. La nostra intervista alle ribelli del cinema israeliano

Dopo aver raccolto applausi nei Festival di tutto il mondo, esce nelle sale italiane In Between, affresco di tre ragazze “indisciplinate” a Tel Aviv. Ce ne hanno parlato la regista Maysaloun Hamoud e la protagonista Mouna Hawa

Libere, disobbedienti e innamorate. La nostra intervista alle ribelli del cinema israeliano

Dopo aver raccolto applausi nei Festival di tutto il mondo, esce nelle sale italiane In Between, affresco di tre ragazze “indisciplinate” a Tel Aviv. Ce ne hanno parlato la regista Maysaloun Hamoud e la protagonista Mouna Hawa

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C’è Laila: bellezza magnetica con una cascata di ricci neri e uno sguardo profondo, di giorno avvocato penalista, di sera in giro per locali con una birra e una canna sempre in mano.
C’è Salma: aspirante dj, anche lei amante di alcol e droghe, che deve fare i conti con una famiglia cristiana conservatrice che non accetta la sua omosessualità.
C’è Noor: timida studentessa modello, mussulmana praticante e promessa sposa a un uomo falso e fanatico.
Sono loro le protagoniste di Libere, disobbedienti e innamorate – In Between. Tre ragazze non allineate che vivono nelle Tel Aviv di oggi. Abitano sotto le stesso tetto, sono diversissime, eppure nessuna giudica l’altra anche perché, ogni giorno, sono troppo impegnate a lottare per non arretrare dalla linea di libertà che si sono conquistate con fatica giorno dopo giorno. E ogni giorno la guerra continua in quel mondo maschilista che le vuole obbedienti e incasellate in un destino già tracciato dalla tradizione.

Opera prima di Maysaloun Hamoud, questo film israeliano parlato in arabo è passato nel circuito dei festival internazionali, Toronto in primis, raccogliendo applausi e premi. Il 6 aprile Libere, disobbedienti e innamorate – In Between esce anche nelle sale italiane. Per parlare di questo piccolo-grande film dall’animo giovane che pulsa ribellione e musica a ogni inquadratura abbiamo incontrato a Milano la regista e la splendida attrice Mouna Hawa.

Il vostro film ci fa davvero calare nella vita di queste ragazze a Tel Aviv, nelle loro feste, nelle loro case, nelle loro serate di birre e sigarette. Un universo molto diverso da quello che lo spettatore occidentale tendenzialmente si immagina quando pensa al cinema palestinese e mediorientale. Una sensazione di vividezza, energia e verità che mi ha ricordato I gatti persiani.
Mayasaloun Hamoud (regista): «Amo quel film. E in effetti c’è un collegamento tra l’opera di Bahman Ghobadi e la mia: entrambi conducono il pubblico nell’universo underground di una nazione, lui l’Iran io Israele, rompendo gli stereotipi. È un onore questo paragone, grazie».

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Quando giravate avevate delle fonti di ispirazioni particolari, ad esempio altri film o altri registi? Di solito nelle opere prime si tende a mettere un po’ tutto quello che si ama di più…
Hamoud (regista): «Di sicuro Pedro Almodóvar per i colori, le figure femminili non allineate, il continuo parlare dei personaggi. Poi Ken Loach per la forza nel denunciare le ingiustizie sociali e lo stile realista. Loro due sono stati i riferimenti principali, ma c’è stato anche questo film israeliano intitolato Ajami (di Scandar Copti e Yaron Shani, del 2009): in tutta la produzione del mio Paese, è quello che ha atmosfere più vicine alla mia opera, che ha raccontato la realtà israeliana di oggi con uno sguardo interno senza fossilizzarsi solo sul conflitto religioso-politico ma aprendo lo sguardo sulla quotidianità».
Mouna Hawa (attrice): «Tra le tue influenze, forse, c’è anche Nadine Labaki (quella di Caramel, ndr), no? A me piace molto»
Hamoud (regista): «No, lei no. Nadine Labaki cerca di addolcire le sue storie. Apprezzo il suo lavoro come regista e come donna, ma siamo molto diverse».

Mouna, tu invece da dove hai attinto per costruire la tua Laila?
Hawa (attrice): «Innanzitutto dalla mia vita, dalla mia realtà. Questo è un film molto realista che parla anche di me. Io e Laila abbiamo tantissime affinità, entrambe abbiamo avuto relazioni complicate con uomini che non riuscivano ad accettare la libertà delle loro donne e così provavano a cambiarle, a sopprimerne i desideri, a incasellarle in uno destino già scritto dalla tradizione. E anche io, come Laila, sono stata… disobbediente (lo dice in italiano, con un sorriso orgoglioso e divertito ndr)».

A proposito del titolo italiano, vi piace questa traduzione Libere, disobbedienti e innamorate?
Hamoud (regista): «Penso che funzioni, è semplice e ha lo scopo di attirare il pubblico: questo è l’importante, poi una volta in sala, gli spettatori scopriranno che c’è molto di più dietro la facilità del titolo».
Hawa (attrice): «Sono sicura che ci siano delle ragioni valide dietro questa scelta però confesso che il titolo non mi piace molto. In generale non apprezzo quando si cerca di dare delle etichette alle persone: come tutti gli esseri umani, anche le protagoniste del nostro film sono molto sfaccettate, composte da diverse caratteristiche e dunque difficilmente incasellabili in tre aggettivi».

Il titolo originale (Bar Bahr), in effetti, nel richiamare quella zona della spiaggia che non è ancora mare ma non è più sabbia, rappresenta meglio la condizione indefinita delle protagoniste, il disorientamento (meta)fisico della loro generazione
Hamoud (regista): «Sì, richiama una situazione in cui non si è né acqua né terra: ci si trova nel mezzo, in between per richiamare il titolo inglese. Una bella metafora che evoca anche il cambiamento delle tre protagoniste che hanno lasciato le loro cittadine d’origine nell’entroterra per approdare a Tel Aviv, sul mare. Dal punto di visto politico, è anche un po’ la situazione di molti ragazzi palestinesi che decidono di scappare dalla loro cultura ma che, perfino in una metropoli come Tel Aviv, non si sentono se stessi, non si sentono accettati. Anzi si sentono dei cittadini di serie B in quanto arabi».

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Tra voi attrici c’è un’alchimia palpabile: come siete riuscite a costruirla?
Hawa
(attrice): «Rispetto a Sana Jammelieh e Shaden Kamboura che hanno lavorato insieme sui loro personaggi per quasi due anni, io sono arrivata solo un mese prima dell’inizio delle riprese. Per prima cosa mi sono imposta di conoscere bene le mie compagne, sempre di più, giorno dopo giorno: tra noi è scaturita un’energia magnetica, siamo diventate davvero molto amiche. La solidarietà tra noi era vera, non c’era solo sul set. In quel mese prima di iniziare la produzione, mi sono trasformata in Laila, sono stata lei 24 ore su 24: uscivo per strada e mi vestivo e mi comportavo come lei. Non ero più Mouna, ma Laila, e mi concentravo su ogni dettaglio, da come teneva la sigaretta tra le dita a quali orecchini indossava».

E ora che il film è finito, ti senti ancora Laila?
Hawa (attrice): «Certo. Lo sarò sempre. Grazie a lei, ho preso delle decisioni importanti nelle mia vita. Ora sono una migliore Mouna grazie a Laila: interpretarla è stato un regalo bellissimo».

Sul set avete improvvisato molto?
Hawa (attrice): «Sì e no. Diciamo che erano delle “improvvisazioni controllate”, frutto di un lungo lavoro di prove».
Hamoud (regista): «La struttura generale era molto definita, lo script e i dialoghi assai precisi. Sin da subito ho chiesto a tutto il cast di prendere la massima confidenza coi propri personaggi e di metterci del loro. Per ricercare i finanziamenti, la prima stesura della sceneggiatura era in ebraico così poi, quando l’ho dovuta tradurre in arabo, ho chiesto a ciascuno degli attori di tradurre le proprie battute secondo il loro specifico linguaggio, il loro modo di parlare, la loro personalità».

Un film che parla di ribellione e di giovinezza non può essere un film senza musica. E infatti nel vostro film la musica è una componente davvero forte a partire dal personaggio di Salma che fa la dj. Ci puoi parlare un po delle scelte musicali, ad esempio quella di inserire Yasmine Hamdan (la regina dell’indie-electro arabo che ha anche stregato Jim Jarmusch) nella colonna sonora?
Hamoud (regista): «Sono perfettamente d’accordo sul fatto che questo film non sarebbe potuto esistere senza musica. Io stessa non posso esistere senza musica, ogni singolo istante della mia vita ha una colonna sonora, e come regista non riesco a pensare alle immagini senza musica. Volevo assolutamente che la gente percepisse le vibrazioni, i suoni della nostra quotidianità. Per quel che riguarda Yasmine Hamdan, siamo riusciti a coinvolgerla grazie al produttore Universal Mirwais (che è anche uno dei produttore di Madonna): lui aveva visto e molto amato il film e allora è riuscito a farci questo fantastico regalo».

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L’identità delle protagoniste passa anche attraverso il loro abbigliamento. Mi sembra che abbiate curato molto nel dettaglio i costumi, o sbaglio? Ci potete parlare di questo aspetto?
Hamoud
(regista): «È stato un lavoro di grande precisione. Quando scrivevo la sceneggiatura, mi sono imposta sin da subito di scriverla in maniera molto visuale, doveva essere una storia in cui l’arte, la musica e i costumi avessero una decisa importanza. Leggendo lo script si poteva avere un’idea dettagliata del look dei protagonisti, tutto era già in quelle pagine. Con la costume designer abbiamo voluto che i vestiti rappresentassero non solo la loro identità delle protagonista ma anche i loro cambiamenti durante l’arco narrativo».

In che senso?
Hawa (attrice): «Di Laila, ad esempio, possiamo vedere come cambia radicalmente quando si veste per andare al lavoro e lì sembra quasi intrappolata in quei tailleur-uniformi. Inoltre, se all’inizio del film la vediamo esasperare il suo aspetto dark, quando si innamora è come se si illuminasse e anche i suoi abiti diventano più colorati e delicati. Innamorandosi, poi, è diventata più sicura di se stessa e così non sente neanche più il bisogno di esasperare il trucco sul suo volto come una sorta di maschera per camuffare la propria identità. Peccato che, come vediamo nella scena finale, ritornerà al punto di partenza…»

Voi vivete a Tel Aviv nella vostra vita reale? La città sembra essere un po un altro personaggio del film
Hawa (attrice): «Ho vissuto 7 anni a Tel Aviv ma ora mi sono trasferita a Giaffa proprio vicina a lei (indicando Mayasaloun, ndr)».
Hamoud (regista): «Tel Aviv ha una grande importanza nel film, ne mostriamo anche il lato più underground, ma soprattutto volevamo evidenziarne le criticità. La libertà e l’accoglienza che sembra traspirare da questa città è falsa: se sei un arabo palestinese non sei mai realmente accettato. È una grande città ma c’è ancora molto razzismo».

In cosa Libere, disobbedienti, innamorate è un film femminista, se lo è? Uno degli aspetti più belli del film è che queste ragazze sanno benissimo di essere diverse ma nessuna giudica l’altra. Anzi, si aiutano.
Hamoud (regista): «La solidarietà tra donne è la chiave del cambiamento».
Hawa (attrice): «Le tre protagonista hanno personalità molto diverse ma riescono a vivere insieme sotto uno stesso tetto senza cercare di cambiarsi a vicenda. Sì, la solidarietà è fondamentale: banalmente, insieme si è più forti».

Il film dovrebbe essere il primo capitolo di una trilogia, giusto?
Hamoud (regista): «Sì, ma il prossimo film non sarà un sequel. Sarà un altro capitolo ambientato in questo stesso mondo, che affronterà queste stesse tematiche però con un linguaggio cinematografico diverso e con altri personaggi». 

Ultima domanda: c’è un film che avete visto recentemente e che vi ha fatto dire “un giorno mi piacerebbe dirigere/recitare in un film così”? O più semplicemente, qual è un film che vi è piaciuto?Hamoud (regista): «Much Loved di Nabil Ayouch. In realtà è un film che mi ha lasciato sensazioni contrastanti: l’ho amato per molti aspetti, è un’opera potente, ha delle protagoniste femminili molto forti, ma ho trovato che il modo di riprendere le scene di sesso di queste prostitute marocchine scadesse nel voyeurismo. Si percepiva che il regista era un uomo proprio nel suo sguardo in quelle sequenze».
Hawa (attrice): «A proposito di sessismo, io l’ultimo film che ho visto è stato Nymphomaniac. E non so se mi sarebbe piaciuto interpretare quel ruolo… Charlotte Gainsbourg è stata immensa nel recitare una parte così piena di sofferenza: è riuscita a farti toccare con mano il suo dolore, è stata fantastica. Ma non so se sarò mai in grado di recitare in una parte del genere, e soprattutto se vorrò mai fare un film con Lars Von Trier!».

Mouna Hawa Maysaloun Hamoud

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