This is Congo, la recensione

Il Congo è il cuore dell’Africa nera, una voragine che sotto il nome di Repubblica Democratica cela ogni sorta di violenza e di stortura. Una terra maledetta dalle proprie stesse risorse, che ne hanno sempre determinato il tragico destino esponendola a espropri e conquiste per mano europea. Uno territorio e uno stato con soli lupi e nessun pastore, per citare ciò che si dice sulle mosse del Vecchio Continente in Africa nel documentario di Frederick Wiseman Ex Libris – The New York Public Library, appena presentato in concorso a Venezia: un film sulla forza della cultura che ci anima e ci determina come esseri umani, quello del cineasta americano.

Lo sconvolgente documentario This is Congo di un altro americano, Daniel McCabe, passato invece fuori concorso , si sofferma sulla condizione opposta: il vuoto di senso, di memoria e di civiltà che si produce quando l’identità di una porzione di mondo così vasta (il Congo è tre volte il Texas), così ricca di giacimenti minerari, viene sistematicamente saccheggiata. Una privazione che non si ferma alla sfera economica ma va oltre, scava nello spirito e nel cuore delle popolazioni locali, di donne e uomini resi fragili da una devastazione ventennale, uno spietato massacro in cui hanno perso la vita 6 milioni di persone.

McCabe, impiegato nel 2008 come fotoreporter di guerra nella zona orientale del Congo, di questo olocausto del nostro tempo, ovviamente molto silenziato a livello mediatico, ci mostra le radici e le cause, le origini lontane e le conseguenze sconcertanti, i come e i quando. Glissando, com’è facile immaginare, su dei perché ai quali è impossibile dar voce fino in fondo a un livello più umano. Il fronte politico, in compenso, è sviscerato a dovere, a cominciare dalla ricostruzione della rivolta capeggiata da Makenga Sultani, capo del gruppo di ribelli noto come M23. Il film non manca anche di sottolineare, con merito, il ruolo della Ruanda nel finanziare molti di questi squadroni armati.

L’Occidente, e il Belgio in particolare, non ci sono in This is Congo ed è un bene: escludendo i predatori è possibile per il regista focalizzarsi più agevolmente sui predati, su una guerriglia tribale fatta di ritorsioni e frustrate, su un quadro politico che viene fuori come estremamente caotico e difficile da ricostruire con i nostri occhi. Abituati come siamo agli scenari di casa nostra, totalmente paralizzati dalla retorica della crisi a tal punto da rimanere sordi e ciechi a questioni più importanti sparse in ogni parte del globo, dal fronte siriano in giù.

Tale puzzle inestricabile suscita una sensazione di impotenza piuttosto frustrante, uno scoramento totale dato dall’impossibilità di raggiungere una sintesi: in Congo ci sono dopotutto oltre 450 tribù equamente distribuite lungo il territorio, molte delle quali sconosciute anche dai congolesi stessi, che sono soliti confonderle. Della visione di This is Congo, al di là della sua importanza e della speranza che venga visto il più possibile, rimane addosso anche questa ineluttabilità, un caos di morte e frammentazione che fa male esattamente come il rumore sordo e secco dei cadaveri impalati e freddati.

Qui la nostra sezione dedicata alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia.

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