Richard Kelly è una figura importante nel panorama cinematografico degli ultimi vent’anni. Il suo Donnie Darko, uscito nel 2001, è diventato subito un cult ed è considerato uno dei migliori film indipendenti mai realizzati: un esordio incredibile, che ancora oggi ha un larghissimo seguito. Ovviamente, c’era molta attesa per il secondo film da regista di Kelly: il pubblico si aspettava qualcosa di altrettanto geniale, profondo e memorabile. Ma l’opera in questione, Southland Tales – Così finisce il mondo, si è rivelata piuttosto differente dalle aspettative.
Un insieme di più generi, dal comico al drammatico, passando per il poliziesco, il musical e il fantascientifico, il film è ambientato in una realtà parallela in cui gli Stati Uniti sono diventati una distopia iper-nazionalistica. La storia intreccia le vicende di diversi personaggi, a tre anni di distanza da una serie di attacchi nucleari. Protagonista è Dwayne “The Rock” Johnson nei panni di Boxer Santaros, un famoso attore di film d’azione che, dopo essere stato colpito da una forma di amnesia scopre di possedere una sceneggiatura che prevede gli eventi futuri.
Sviscerare l’intera trama è piuttosto complicato, perché Southland Tales è ricco di idee, trovate assurde, trame e sottotrame che si intrecciano. Ancora più di Donnie Darko, questa pellicola è completamente diversa da ciò che Hollywood proponeva al cinema all’epoca. Forse proprio per questo, per Kelly è stato un incredibile flop: al Festival di Cannes, dove era in concorso, è stato addirittura fischiato, con critici che lo hanno definito «il più grande disastro che abbia mai visto», «senza senso» e «uno dei peggiori film mai presentati al Festival». La situazione non è migliorata con l’uscita nelle sale: i critici lo hanno odiato e definito troppo lungo, esageratamente eccentrico e incoerente. La complessità e la durata della storia, costruita intenzionalmente con l’idea di non essere mai totalmente comprensibile, non ha sicuramente aiutato.
Come spesso accade in questi casi, però, è stato il pubblico a decretare il verdetto finale, poiché al box office Southland Tales ha incassato quasi 400 milioni di dollari, a fronte di un budget di appena 17. Il film si è guadagnato rapidamente un cult following che ancora oggi chiede giustizia per quest’opera incompresa, e che nel 2021 ha spinto Kelly ad annunciare il progetto di espandere il franchise con altri capitoli incentrati sugli stessi personaggi.
Uno dei motivi per cui questo strambo titolo è così amato dal pubblico è sicuramente la sua capacità di essere ancora attuale, anche a distanza di anni. Secondo i fan, si trattava di un’opera troppo avanti per i suoi tempi, un intreccio di allegorie politiche che parla ancora dell’America di oggi, tra attori famosi collegati al partito Repubblicano, forze dell’ordine guidate da nazionalismo e razzismo, questioni legate a droghe e case farmaceutiche, un movimento di resistenza neo-marxista e molto altro ancora. Eppure, il regista ha scelto la strada dell’ambiguità: è senza dubbio contro la guerra, contro la polizia, contro la sorveglianza e contro la politica Repubblicana, e allo stesso tempo dà al film il respiro di un grande blockbuster e celebra i media, le tecnologie e il mondo dello spettacolo che glorificano questi aspetti della società. Come si legge tra i commenti dei fan online: «Non credo di aver capito tutto quello che questo film voleva dire, ma almeno posso dire di aver guardato un’opera che ha osato essere differente. Un potente avvertimento su cosa potrebbe accadere in futuro alla nostra società».
Fonte: Screen Rant
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