Qualche settimana fa, per L’Indiscreto, Adriano Ercolani – autore e critico letterario – ha scritto un lungo articolo per ricordare Tuono Pettinato. L’ha raccontato con cura, senza tralasciare nessun dettaglio. Ha dato spazio alle impressioni e al dolore di chi l’ha conosciuto e ha dato un peso specifico alla sua importanza e alla sua eredità. Ha parlato del fumettista, del creativo, dell’uomo. E l’ha fatto rimanendo sempre un passo indietro, senza sbilanciarsi e senza esagerare. Trovando un equilibrio perfetto tra sfera pubblica e sfera privata. Tuono Pettinato, nome d’arte di Andrea Paggiaro, scomparso a 44 anni, era uno dei volti-chiave del fumetto italiano. Il suo disegno era semplice, essenziale, chirurgico.

La sua ironia era totalizzante. Spiazzava, ma non sconvolgeva. Insinuava, ma senza imporsi. Prendeva in giro, esagerava, ribaltava punti di vista e luoghi comuni. Era sempre lì, pronto. Le sue sagome, il suo nero calcato, le sue battute. Usava sempre lo stesso tono. Diretto, intelligente, sincero. I suoi fumetti – pardon, fumettini – erano veloci e intrisi di cinismo, a volte cattivi, altre semplicemente rivelatori. E il suo stile era un insieme di tante cose: un po’ Peanuts e un po’ Calvin & Hobbes. «In un certo senso – ha detto Ercolani – ci aveva educato per anni, con acume quasi profetico, ad affrontare nella maniera più corretta la notizia della sua dipartita».

Tuono Pettinato aveva trovato il linguaggio ideale per parlare a tutti. Era cresciuto con i Superamici, era diventato, a suo modo, un punto di riferimento. Analizzava fatti e realtà. Si è occupato, prima di tanti altri, del tema della pornografia del dolore. Rielaborava e analizzava, metteva insieme, sintetizzava; trovava sempre lo spunto migliore per dire quello che voleva dire. Una sola vignetta, dieci, mille. Il silenzio di un’inquadratura pulita e squadrata. Oppure la verbosità di discorsi fitti e pieni di parole. Aveva qualcosa, proprio come ha sottolineato Ercolani, di Ennio Flaiano. E cioè quell’immediatezza di termini e di linguaggio, quell’abilità di avvicinare gli estremi, di confonderli, di sovrapporli. Di dire tutto senza dire niente. Partiva dal piccolo, come fanno i più bravi; e poi arrivava al quadro più ampio e generale. Dissacrante ma estremamente efficace.

Oggi restano le sue opere e le sue strisce, la sua visione e la sua unicità. Resta quello che ha immaginato e che ha realizzato, che ha disegnato e che ha scritto. Aveva preso il suo nome da Borges e ne aveva fatto un manifesto. Il suo tratto era tutto il suo mondo: riconoscibile, delicato, preciso. Faceva da ponte, Tuono Pettinato, tra la sua cultura, per esempio, e i suoi personaggi. Tra il suo pubblico e le sue storie. Tra le biografie e le sue intuizioni. Tra il fumetto, soprattutto, e tutto il resto. Ricordarlo significa rileggerlo, significa sfogliare i suoi libri e apprezzarlo per la sua gentile straordinarietà.

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