Dar da mangiare agli affamati. Dar da bere agli assetati. Vestire gli ignudi. Alloggiare i pellegrini. Visitare gli infermi. Visitare i carcerati. Seppellire i morti. Sono i sette passi che Gesù nel vangelo secondo Matteo indica come via di redenzione. Sono le Sette opere di misericordia del titolo dell’unico film italiano in concorso al Festival del film Locarno, le stesse che scandiscono, capitolo dopo capitolo, l’opera dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, due artisti al loro primo lungometraggio.

“Il film procede per volute incongruenze, per ironia drammaturgica”, spiegano i registi. Così i titoli degli episodi, dei quadri meglio dire (le scene sono praticamente prive di dialoghi) entrano immediatamente in netto contrasto con le azioni dei protagonisti: Luminita (Olimpia Melinte), una giovane clandestina, che vive in una baraccopoli (della periferia di Torino) e Antonio (Roberto Herlitzka), misterioso anziano gravemente malato, che la ragazza sceglie come “vittima sacrificale” per il suo piano di personalissima salvezza, salvo poi ritornare mano a mano sui suoi passi dopo il loro reale e progressivo incontro.

“Mentre il ‘piano’ si sgretola, anche il contrasto tra l’opera di misericordia del titolo e le azioni di Luminita si assottiglia, fino alla dipartita virtuale dei personaggi in ‘Seppellire i morti’. La redenzione del personaggio passa attraverso il corpo del ragazzino moldavo che si prende cura di lei e si prende al contempo carico del tema del film, attraverso il primo dei tre sguardi in camera”, spiegano i De Serio, che hanno costruito il personaggio di Antonio, ispirandosi agli ultimi giorni di vita del nonno e “radicalizzando quell’esperienza”. Un processo di stilizzazione che ha guidato i due fratelli anche per Luminita, che invece (in alcuni tratti) recupera gesti e parole delle ragazze che si prendevano cura dei malati, sempre osservate in ospedale.

Il background, completamente estraneo ai meccanismi propriamente cinematografici, dei due registi (attivi e conosciuti soprattutto nel panorama dell’arte contemporanea internazionale, grazie a mostre personali e collettive che hanno portato le loro installazioni in giro per il mondo, oltre che per alcuni documentari e cortometraggi come Bakroman e Mio fratello Yang) è evidente e in proposito il commento di Herlitzka (che ha visto per la prima volta il film questa mattina, come la maggior parte del cast e dello staff) in conferenza stampa oggi è puntuale e illuminante. “Questi due registi hanno uno stile. Hanno aspirazioni a fare dell’arte. Ci siamo trovati bene perché anche io ho queste aspirazioni. Ho ricevuto la sceneggiatura, mi è piaciuta molto e ho detto sì. Il film l’ho visto stamattina e mi è piaciuto. Anche se non so quanto pubblico lo vedrà (esce in sala a dicembre, ndr) e lo capirà. I gusti di oggi sono altri. Ma forse questo è un bene”.

E il produttore, Alessandro Borrelli, ha aggiunto: “Ci sono voluti cinque anni per poter realizzare questo film. E’ molto difficile poter realizzare qualcosa del genere, opere che vogliono andare al di là di certe mode e sono grato di aver potuto collaborare con la Regione Piemonte, tra le poche in Italia a sostenere un certo tipo di cinema”.

Nel cast anche Ignazio Oliva, che si è detto “entusiasta della sceneggiatura” e “grato” dell’opportunità offertagli di poter interpretare un personaggio rude, nonostante la sua faccia da “buono”.

La protagonista, Olimpia Melinte, “è stata scelta praticamente tre giorni prima dell’inizio delle riprese”, raccontano i registi che hanno svolto i casting tra le scuole di recitazione rumene. Le li ha colpiti per essersi presentata al provino già pronta per interpretare il personaggio. “Avevo letto tutto di queto film, volevo il ruolo. Sono arrivata indossando vestiti orribili, spettinata”, racconta l’attrice, che sembra aver fatto suo ogni dogma del Metodo Stanislavskij.

La Melinte ha incontrato Herlitzka sul set, timorosa della fama e della carriera di un attore di tale spessore. Non hanno fatto particolari prove di recitazione prima delle riprese, come confessano i registi, ma hanno trovato comunque una buona alchimia, nonostante la mancanza di dialogo sia nella realtà (lei non parla italiano e lui non parla inglese e hanno scherzato sul dover comunicare a gesti) sia nella fiction e riguardo a questo aspetto del film, l’attore ha commentato: “In quei silenzi cercavo di sentire perché solo sentendo si riesce in qualche modo a entrare in un personaggio. Il pensiero assiste, ma non agisce. In teatro è lo stesso, ma si usano le parole. Qui le parole non ci sono, ma nel cinema questo aiuta un attore”.

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