Sparring al Festival di Locarno

Steve Landry fa il pugile, ha 45 anni e un record da dimenticare: 13 vittorie, 3 pareggi e 33 sconfitte. Non è uno che con la boxe ci campa: sua moglie fa la parrucchiera e per pagare bollette e lezioni di piano della figlia, lui pulisce pavimenti negli uffici del centro. Gli resta un incontro prima di appendere i guantoni; non ha un’idea precisa di come vivere dopo, ma sul filo di lana trova un modo per riciclare quel poco di talento che ha, cioè un certo modo di incassare, di prenderle e rimettersi in piedi: va a fare lo “sparring partner” a un campione europeo. Che in gergo significa combattere con uno molto più forte di te mentre si allena per un incontro importante, cioè prestargli il fiato e le costole. Che ricompensa può ancora esserci all’orizzonte per un tipo così? Cosa si può ancora grattar via alla vita? Sorpresa.

La boxe al cinema funziona quasi sempre, ma di un film che la spogliasse della retorica patriottica, degli incontri da barzelletta, del glamour e della sparate da gangster movie, si sentiva il bisogno. Guardando Sparring, presentato in Piazza Grande al Festival di Locarno, pare di vedere un genere e tutti i suoi codici ripuliti dal cinema d’autore europeo, anche se il titolo recente che gli assomiglia di più è The Wrestler di Darren Aronofsky.
C’è molta vita fuori dal ring e meno di due incontri, ci sono invece tutti i dettagli di una professione operaia e un po’ folle – le maglie strisciate di sangue che girano in lavatrice, le urine rosse, la colla sulle ferite che si attacca al cuscino la mattina.

Il movimento del film è sempre quello del riscatto di un outsider, ma il riscatto è proporzionale alla carriera, e resta una scorta di umiliazioni che non saranno pareggiate. Cioè se la boxe al cinema di solito assomiglia pochissimo alla vita, è come uno spazio simbolico trionfale su cui ha poco senso obiettare in termini realisti, in Sparring c’è molta più vita che boxe e le simbologie scolorano nel rapporto semplice tra i personaggi: il campione e il brocco (“Senza di me non esisterebbero quelli come te”), padri e figli (“Non è il caso che mi vedi combattere”), allenati e allenatori (“Non ce l’ho uno stile, sono bravo a incassare”). E naturalmente le donne, e i compagni di mestiere.

Coprodotto dalla Europacorp di Besson, in questi mesi chiacchieratissima per il flop americano di Valerian, il film regala a Matthieu Kassovitz un ruolo che vale una carriera, anche perché con quella faccia lì, prima o poi, un pugile doveva capitargli.

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