Tutto comincia con un orologio che si rompe. Nel 1981 Kikuo Ibe è un giovane ingegnere della Casio, a cui scivola dal polso l’orologio (che gli aveva regalato il padre) e non può fare altro che guardarlo frantumarsi sull’asfalto. Da quella piccola tragedia sentimentale e domestica nasce una proposta scritta su un foglio di una riga sola: costruire un orologio resistente, che non si rompa nemmeno cadendo. I superiori di Ibe gli danno il via libera e lui si mette al lavoro con una squadra di tre persone che battezza, senza falsa modestia, “team tough”, la squadra tosta. Kikuo ci mette due anni e qualcosa come duecento prototipi (lanciati uno dopo l’altro dalla finestra del bagno dell’azienda per vederli sfracellarsi sul cemento del cortile). Ogni volta che un esemplare si rompe, lui e il suo team ricominciano da capo. È in quei mesi che Ibe conia il motto che diventerà la sua firma: “Never give up”, non mollare mai.
La svolta arriva in un parco, durante una delle rare pause per il pranzo che i giapponesi si concedono con parsimonia. Ibe sta guardando dei bambini giocare con una palla di gomma e capisce che il centro della palla, mentre rimbalza, non sente l’urto: è protetto dalla struttura stessa che lo circonda. Così decide di cambiare rotta: basta tentare di blindare il meccanismo e cominciare, invece, a sospenderlo, lasciandolo galleggiare dentro una gabbia di gomma che assorbe il colpo al posto suo. Nel 1983 esce il DW-5000C e viene dato un nome alla linea: G-Shock. Sta per Gravitational Shock, lo shock della gravità a cui l’orologio è progettato per sopravvivere. La filosofia è quella del “triplo dieci”: dieci atmosfere di tenuta all’acqua, dieci anni di durata della batteria, dieci metri di caduta sopportata.
Il problema è che in Giappone, all’inizio, non lo vuole nessuno questo G-Shock: è un mattone di resina nera in un’epoca che adora gli orologi sottili, eleganti e di metallo lucido. Il DW-500C sembra esattamente l’opposto di tutto quello che il mercato desidera e le vendite sono così fiacche che la Casio rischia di cancellare tutto. Per la disperazione prova a vendere il suo orologio agli operai dei cantieri, a quelli che usano il martello pneumatico e hanno bisogno di qualcosa che non si sbricioli al primo colpo. Sembra la fine di una storia fallimentare, invece è l’inizio della riscossa. La rinascita vera arriva però con il mercato americano e con uno dei colpi di marketing più sfacciati degli anni Ottanta. Nel 1984 la divisione USA della Casio lancia uno spot in cui un giocatore di hockey usa il modello DW-5200C al posto del disco: lo appoggia sul ghiaccio, lo colpisce con la mazza e lo spara dritto nel guantone del portiere. L’orologio continua a funzionare come se niente fosse. Il pubblico non ci crede, grida al trucco, e la Casio viene accusata di pubblicità ingannevole. Un programma televisivo decide di rifare l’esperimento in diretta, alle stesse identiche condizioni, per smascherare l’inganno. Solo che l’inganno non c’è. L’orologio sopravvive di nuovo, davanti a tutti, in diretta, e da quel momento smette di essere un attrezzo e diventa un mito, adottato prima dagli skater e poi dalla cultura hip hop, che lo eleva a oggetto di culto della strada.
Ma c’è un altro mondo che, nello stesso periodo, adotta il G-Shock per ragioni molto meno estetiche e molto più concrete: quello militare. I soldati americani lo scoprono praticamente subito e cominciano a infilare nel cassetto dei calzini i loro Rolex e Tudor Submariner per allacciarsi al polso un orologio di plastica che costa un cinquantesimo e sopravvive a tutto. Col tempo la cosa si formalizza al punto che quattro modelli ottengono un NATO Stock Number, il codice che li rende materiale di fornitura militare a tutti gli effetti: il DW-5600, il quadratone delle origini, il DW-6600, il DW-6900 e il DW-9052. Il DW 6600, in particolare, diventa di fatto l’orologio dei Navy SEAL, soppiantando il Submariner come timepiece standard del reparto. Il DW-9052 viene consegnato fino al 2018 ai nuovi sommozzatori della marina e agli aspiranti SEAL durante l’addestramento, e non in confezione da negozio ma in un anonimo scatolino di cartone marrone con un’etichetta bianca stampata, come una qualsiasi fornitura standard per la guerra.
È a questo punto che entra in scena il cinema, e fa la cosa che sa fare meglio: legge la realtà e la mette in inquadratura. Keanu Reeves in Speed, poliziotto degli artificieri in canottiera e jeans sporchi, ha un DW-5600 al polso. Le vendite schizzano alle stelle e la gamma si espande a dismisura. Intanto, il cinema riconosce il G-Shock prima come orologio dei militari (qualche titolo tra i molti: Black Hawk Down, American Sniper, Triple Frontier, Lone Survivor, Transformers, 13 Hours, Zero Dark Thirty, Warfare…) e poi come strumento identitario dei personaggi tosti, concreti, resistenti e lavoratori. Il G-Shock al cinema non è l’orologio del rampollo che ha ereditato un Patek Philippe dal nonno, né del manager che fa il gradasso col Rolex d’oro: è l’orologio dell’uomo che lavora con le mani, che usa gli attrezzi, che imbraccia un fucile, di chi il tempo lo usa e non lo mette in mostra. Un economico pezzo di gomma nera che racconta la mascolinità operaia, pragmatica, taciturna. Se un personaggio ha un G-Shock al polso, è uno che fa le cose in maniera concreta e con il sudore della fronte e il suo orologio ci dice tutto di lui prima ancora che apra bocca o che faccia qualcosa.
E il bello è che praticamente tutti possono permettersi un G-Shock. DW-5600, il “quadrato” delle origini, quello di Speed e di Warfare, nella sua versione base costa meno di 100 euro ed è l’essenza pura del G-Shock, niente di più e niente di meno. Se invece cercate quello entrato nella leggenda dei reparti speciali, il DW-6600, è tornato disponibile dopo anni di assenza a 200 euro. Se vi sentite più Hemsworth che Keanu, le linee tattiche come Mudmaster e Rangeman costano qualche centinaio di euro, ma resistono davvero a fango, urti, gelo e a qualsiasi cosa la vita vi tiri addosso. E se cercate il compromesso tra strada e salotto buono, c’è il GA-2100, ribattezzato dagli appassionati “CasiOak” perché strizza l’occhio al celebre Royal Oak di Audemars Piguet a un cinquantesimo del prezzo.
Insomma, con una spesa molto limitata, potrete allacciarvi al polso un funzionale e straordinariamente resistente pezzo di tecnologia giapponese circondato da una massiccia protezione in resina scura e, per un attimo, sentirvi come l’uomo che non sbatte le palpebre, quello che Eastwood inquadra di spalle mentre fa il lavoro sporco senza dire una parola. Non vi renderà più duri, sia chiaro, e nessuno vi scambierà per un Navy SEAL solo perché avete il loro stesso orologio nel cassetto. Ma c’è qualcosa di confortante nel sapere che, qualunque cosa accada, quando cadremo il nostro orologio si rialzerà con noi.
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