Lost, una semplice battuta che abbiamo sentito mille volte anticipava già il finale della serie
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Lost, una semplice battuta che abbiamo sentito mille volte anticipava già il finale della serie

Riguardando la serie con occhi nuovi, ci si accorge che alcune frasi passate inosservate avevano già tracciato il destino dei personaggi

Lost, una semplice battuta che abbiamo sentito mille volte anticipava già il finale della serie

Riguardando la serie con occhi nuovi, ci si accorge che alcune frasi passate inosservate avevano già tracciato il destino dei personaggi

Protagonisti di Lost

Vent’anni dopo il debutto su ABC, Lost continua a dividere, affascinare e far discutere: in effetti, è una delle poche serie TV capaci di far parlare di sé tanto per ciò che ha rivelato quanto per quello che ha volutamente lasciato nell’ombra. E proprio per questo, il suo finale è diventato oggetto di una delle più longeve controversie nella storia della televisione. Ma cosa succede se, col tempo, ci accorgiamo che Lost ci aveva avvertito? Che alcuni dialoghi – apparentemente innocui – ripetevano sempre la stessa, semplice domanda: «Sono vivo?»

È questa frase, ricorrente nel corso della sesta stagione, a cambiare retroattivamente tutto ciò che credevamo di sapere sul “Flash-Sideways World”. Un dettaglio che molti hanno notato solo dopo aver rivisto la serie, e che ora appare come un indizio chiaro e rivelatore nascosto in bella vista.

Quando la sesta stagione introduce il cosiddetto Flash-Sideways, i fan lo interpretano come una realtà alternativa, forse il risultato dell’esplosione dell’ordigno nucleare nel finale della quinta stagione. È un classico tropo della fantascienza: si cambia il passato per riscrivere il futuro. I creatori della serie, Damon Lindelof e Carlton Cuse, erano ben consapevoli di questa aspettativa e l’hanno alimentata di proposito, sapendo che il pubblico – in particolare quello online – avrebbe analizzato ogni dettaglio con attenzione maniacale.

Ma il Flash-Sideways non era una timeline alternativa: era un limbo. Un luogo fuori dal tempo, in cui i protagonisti si ritrovavano dopo la morte per affrontare le questioni irrisolte della loro esistenza. Un’interpretazione apertamente spirituale che ha spiazzato molti, ma che oggi, alla luce di una visione più matura della serie, appare come una scelta profondamente coerente con i temi centrali di Lost.

Un’opera narrativa così stratificata e carica di simbolismi, non può essere compresa appieno al primo sguardo; solo rivedendola, con la consapevolezza di ciò che accadrà, si iniziano a notare i fili che legano ogni stagione. Nella sesta, ad esempio, sono tantissime le frasi che fanno riferimento a vita e morte, spesso pronunciate con leggerezza, ma che si caricano di significato se lette nella giusta prospettiva.

Rose dice a Jack di “lasciare andare” subito dopo che l’aereo atterra (apparentemente senza incidenti). Charlie, soccorso dopo un’overdose, domanda confuso: “Sono vivo?”. Boone parla della possibilità di rimanere con Locke “se l’aereo dovesse cadere”. Hurley si definisce “l’uomo più fortunato del mondo”. E ancora Locke, sentendo che Jack ha “perso il corpo di suo padre”, risponde con inquietante serenità: “Non hanno perso tuo padre”.

Tutte frasi pronunciate nel bardo, lo spazio intermedio tra la vita e l’aldilà, ispirato al Libro tibetano dei morti e citato esplicitamente dallo stesso Lindelof. I personaggi, inconsapevolmente, stanno parlando da defunti. E lo fanno con parole che – per chi sa cosa cercare – rivelano esattamente dove si trovano.

Uno degli errori più diffusi tra gli spettatori di Lost è stato quello di trattare la serie come un enigma da decifrare piuttosto che come un viaggio umano. I fan chiedevano risposte a domande cosmologiche: che cos’è l’isola? Perché c’è un orso polare? Cos’è la Dharma Initiative? Ma la verità è che Lost ha sempre parlato di altro: di fede e scienza, di libero arbitrio e destino, di padri e figli. E ancora, di identità, perdono e senso di appartenenza.

Il Flash-Sideways, in questo senso, è la sintesi perfetta del messaggio della serie. Non è un trucco narrativo. È un gesto di compassione. Ogni personaggio riceve la possibilità di rielaborare le proprie ferite, di ricucire relazioni spezzate, di perdonare o essere perdonato. Jack diventa il padre che avrebbe voluto avere. Ben rinuncia al potere per trovare affetto. Eloise può restare con suo figlio. I personaggi non scoprono di essere morti: scoprono di non avere più bisogno di trattenere la vita.

Quando i personaggi si chiedono “Sono vivo?”, non stanno cercando una risposta logica. Stanno esprimendo la confusione tipica di chi si sveglia in uno stato nuovo, in una realtà in cui qualcosa è cambiato senza che si capisca bene cosa. È il momento in cui il subconscio inizia a elaborare una verità troppo grande per essere detta. Quella domanda diventa così la chiave di volta del finale: la morte non è il punto, è il processo. E Lost ci dice che, per superarla, dobbiamo prima capire chi siamo stati, chi abbiamo amato e cosa ci ha reso umani.

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Fonte: CBR

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