Di stereotipo in stereotipo, per smontarli ma anche per riconoscerne quel fondo di verità che li rende così ficcanti e pervasivi. Si potrebbe raccontare così la carriera di Luca Miniero, napoletano trapiantato a Milano per lavorare nel mondo della pubblicità e approdato al cinema con l’amico Paolo Genovese, con il quale ha diretto Incantesimo napoletano, Nessun messaggio in segreteria e Questa notte è ancora nostra. Poi il botto “da solista”, con il duplice successo di Benvenuti al sud (settimo incasso italiano di tutti i tempi) e Benvenuti al nord (terzo miglior debutto di sempre in Italia e campione d’incassi 2012), che coglievano lo spunto lanciato dal Giù al Nord di Dany Boon e lo declinavano all’italiana, giocando con i luoghi comuni del settentrionale al sud (e poi del meridionale al nord) e costringendo in questo modo il Paese, tra una risata e l’altra, a guardarsi allo specchio e riconoscere i propri vizi, i propri tic e, anche e soprattutto, ciò che ci accomuna e ci rende più uguali di quello che a volte vogliamo ammettere.

Ora, dopo aver “stuzzicato” anche la camorra (Un boss in salotto), l’istituzione scolastica (La scuola più bella del mondo) e persino la fede (Non c’è più religione), Miniero punta al bersaglio grosso: il protagonista di Sono tornato, in sala dal 1 febbraio, è nientemeno che il Duce. Non un imitatore, o un pazzo con il complesso di Napoleone: proprio lui, Benito Mussolini (a cui presta volto e movenze Massimo Popolizio), che si ritrova catapultato nell’Italia del 2017, squassata da odio, razzismo e paura del diverso, e la percorre in lungo e in largo accompagnato da un regista d’assalto (Frank Matano) che si ritrova per le mani l’occasione della vita. Ispirato al tedesco Lui è tornato di Daniel Wnendt, nel quale il “lui” del titolo era ovviamente Adolf Hitler, Sono tornato è, più ancora che un film sul ritorno del Duce, un’esplorazione dell’umore del Paese oggi, della sua vulnerabilità al populismo e della sua nostalgia per il proverbiale “uomo forte”; sospeso tra opera di finzione e documentario (sono molte le sequenze in stile candid camera in cui Miniero riprende Popolizio in versione Benito che parla con la gente per strada), paurosamente puntuale in questo periodo di rigurgiti fascisti, Sono tornato promette già di essere il film più provocatorio dell’anno. Una mossa piuttosto coraggiosa, considerando che viviamo nel Paese della polemica…

Siamo qui per parlare di Sono tornato, quindi bando ai convenevoli e cominciamo subito con una domanda che mi viene spontanea, soprattutto alla luce di certi fatti delle ultime settimane: c’è mai stato un momento in cui, ripensando al film, ti sei chiesto «chi me l’ha fatto fare?»?
«Sai, quello sinceramente mi capita per tutti i film che faccio (ride), anche se è vero che forse per questo film mi è successo un po’ di più del solito. Fare sempre è sempre una follia, il processo di lavorazione è lungo è complesso, nel caso di Sono tornato non è ancora finito. È anche un grande piacere fare film, ovviamente, ma qualche momento di scoramento capita sempre. Devo dire che questa volta sono molto contento del lavoro, soprattutto per la grande interpretazione degli attori coinvolti, e perché il tema mi interessa profondamente».

Ti interessa, d’accordo, ma ti preoccupa anche? In fondo siamo nel Paese della polemica…
«Guarda, quello che ho visto viaggiando per l’Italia (il film è in qualche modo anche un viaggio per il Paese, nel quale abbiamo toccato diverse città) è una popolazione molto sfiduciata, soprattutto nei confronti della politica, ma anche su temi più generali, l’immigrazione per dirne uno. Questo Viaggio con Mussolini – potrebbe essere questo un altro titolo del film! – mi ha insegnato che nel Paese permane una situazione di polemica permanente, una forte sfiducia degli italiani e negli italiani; allo stesso tempo, però, a parte qualche episodio in cui abbiamo incontrato dei pazzi veri, ho trovato una grande razionalità».

Cos’è che ti ha convinto a fare Sono tornato? È solo l’ispirazione del film tedesco o c’è anche altro?
«Abbiamo meditato a lungo sulla questione insieme al produttore Marco Cogni e allo sceneggiatore Nicola Guaglianone. Ci siamo chiesti come poteva funzionare questo spostamento da Hitler a Mussolini: nella percezione popolare Hitler è il demonio, mentre Mussolini è un personaggio più potabile, almeno per quanto riguarda la nostra storia. È questo che ci ha convinto: fare un film su Mussolini è una grande opportunità, il Duce è molto meno esterno alle “nostre cose” rispetto a Hitler, in un certo senso è come se non se ne fosse mai andato, altro che tornato! Ecco perché alcuni italiani in qualche modo lo giustificano. Il film affronta questo luogo comune, ma mostra anche, in qualche modo, come un certo tipo di fascismo sia presente nel sistema dei nostri media, credo senza consapevolezza, e dunque come un personaggio come Mussolini possa diventare più attuale rispetto a un Hitler, che per noi rappresenta una sorta di minaccia esterna».

Sono curioso: perché parlando di fascismo hai citato proprio i media?
«È un argomento di cui si parla molto nel film, anche di più rispetto all’originale tedesco. Ho voluto soffermarmi molto sul sistema dei media: Mussolini nel film fa un discorso che… be’, diciamo che non solo il sistema di media lo porterà al potere, ma farà di tutto perché il Duce ottenga il successo in nome dello share, che sembra essere in qualche modo il vero movente di tutta la storia. C’è una critica molto reale non soltanto al populismo dilagante nel Paese, ma anche e soprattutto a quello, molto più atavico, del potere che hanno i media nei confronti dei desideri, dei sogni, delle persone».

È la dittatura dello share in pratica. È un altro tipo di fascismo?
«Non voglio addentrarmi in discorsi troppo difficili, ma uno dei potenti, uno dei “poteri forti” che emergono all’interno del film, è proprio quello dei media. E tieni conto che parliamo del film, non delle mie idee personali: quelle sono molto più estreme rispetto a quelle del film! Il vero potere dei media, dicevo, è quello di determinare la felicità delle persone. Parlo di trasmissioni Tv, ovviamente, ma soprattutto parlo di quello che per me è il peggio del peggio, cioè i social media, che hanno trasformato gli italiani in un popolo di haters. È un tema che trattiamo molto nel film».

Un dubbio che ho a riguardo è sull’identificazione totale tra media e social. In fondo i media, diciamo così, tradizionali hanno alle spalle una struttura di potere molto ben definita, ed è facile puntare il dito, fare i nomi e parlare di “dittatura di pochi”. Nel caso dei social media invece manca anche una figura di riferimento, un “duce” se vuoi.
«È vero, è un mondo dominato dal caos, ma questo vale anche per le idee politiche degli italiani. È una cosa che nel film emerge molto bene nelle sequenze in cui Mussolini va in giro per le strade delle città italiane a intervistare la gente comune: puoi immaginare le reazioni, sorprese, divertite, di protesta. Una cosa interessante che ho notato è che quando la gente parlava con il nostro Mussolini, all’inizio rideva e scherzava perché capiva che si trattava di un attore; dopo un po’, però, cominciavano a rivolgersi a lui come se stessero davvero sfogando i propri problemi. Non ce l’aspettavamo, l’abbiamo scoperto per strada: se la telecamera non è bene in vista, la gente parla liberamente ed esprime tutto quello che pensa, senza filtri. Il caos di cui parlavo è ovunque, è legato alla mancanza di un punto di riferimento politico, ai social media; questa confusione generalizzata diventa uno dei protagonisti del film, che non vuole essere storico (non sto rifacendo Mussolini ultimo atto di Lizzani!), ma un’opera che racconta l’Italia di oggi messa di fronte al ritorno di questo spauracchio. Sono tornato non vuole essere un film politico, più che altro parla dei nostri desideri e delle nostre emozioni; e vuole anche far ridere, perché Mussolini che si ritrova nel 2017 è come Leonardo che scopre il treno in Non ci resta che piangere: il confronto con la modernità è buffo. Ovviamente non sto dicendo che si ride e basta: uno dei fil rouge del film è il dubbio (della gente, ma del personaggio di Frank Matano prima di tutto) se questo Duce sia effettivamente lui oppure un attore che ha deciso di fingersi Mussolini, e questo dona uno spessore drammatico al film».

In effetti, finora del tuo film si è parlato principalmente perché “torna Mussolini”, mentre della storia vera e propria, della “trama” se vuoi, non si è detto molto. Forse perché l’idea del Duce è talmente forte che è difficile parlare d’altro?
«È possibile, però una trama c’è! E come dicevo è tutta retta da questo dubbio: Mussolini è quello vero oppure è uno che “ci fa”? La cosa strana è che se lo chiede il personaggio di Frank, mentre gli italiani, quelli veri, quelli che abbiamo intervistato, danno per scontato che si tratti di un attore che recita in maniera molto credibile. Il film è, in fondo, l’indagine di Matano sulla vera identità di questo personaggio che, se fosse un attore, sarebbe incredibilmente calato nella parte: si meraviglia che il furgone delle mozzarelle con cui sta girando l’Italia non sia blinadato, si sorprende che una musulmana in una lavanderia non lo riconosca… questo delirio è irresistibile dal punto di vista comico. Almeno in superficie».

Sul fondo, però, c’è sempre un po’ di amarezza, mi sembra di capire.
«In effetti c’è poco da ridere, la stessa storiografia ormai ha fatto un po’ passare l’idea che i veri cattivi fossero altri, non Mussolini. Nel film invece confronto anche il tema dell’antisemitismo e degli omicidi politici, tutti orrori che hanno caratterizzato il ventennio».

Hai mai avuto l’impressione, intervistando la gente per strada, che al di là degli aspetti politici la verità sia che, in questo momento di confusione come lo chiami tu, ci sia bisogno di un salvatore?
«Be’, io non lo penso, ma gli italiani sì. Poi lo chiamano in tanti modi diversi, c’è chi parla di dittatura democratica (mai capito cosa significhi!), chi vorrebbe una dittatura “a termine”, di pochi anni, ma tutti vogliono un pastore che gestisca le pecore. Il problema è che poi gli italiani, anche per colpa dei media, dimenticano in fretta e cambiano idea: abbiamo avuto più di un pastore negli ultimi anni, ma appena ne troviamo uno lo cambiamo in cerca di un altro “uomo forte”, uno che metta ordine su cose per le quali in realtà basterebbe un vigile di quartiere».

Non è un modo per deresponsabilizzarci come Paese? In fondo, se potessimo affidarci a qualcuno…
«Sì, ma poi non ci affidiamo! Quando eleggiamo l’uomo forte lo facciamo cadere dopo due giorni con un’inchiesta più o meno reale sul suo babbo o sulle mignotte che frequenta. L’Italia è un Paese che non vede l’ora di cambiare l’uomo forte con uno ancora più forte (ho i miei dubbi poi su quanto siano veramente “forti” questi politici). Quello che per 50 anni di DC è stato un lungo dormiveglia, o forse un lungo coma, con sempre gli stessi politici in Parlamento, ormai è diventato “cambiano idea ogni anno”. Mussolini nel film se ne accorge: abbiamo cambiato 63 governi in 70 anni, e alcuni manco sapevo che fossero esistiti. Governi da sei mesi, da quattro, governi balneari… sono le condizioni migliori per l’arrivo di un vero uomo forte. E questa considerazione da sola fa paura, perché non abbiamo certo bisogno di un nuovo Mussolini».

Com’è stato, dal punto di vista emotivo, prepararsi a un ruolo così? Soprattutto per Massimo Popolizio, che il Duce ha dovuto interpretarlo…
«Massimo Popolizio… senti, voglio dire una cosa su Massimo Popolizio, perché non ho mai avuto modo di farlo e questo sistema dei media che non sa un cazzo… insomma, Massimo, diciamolo, è il miglior attore della sua generazione. Eppure ti capita di sentire parlare di lui? Quindi diciamolo: è un fenomeno. E ovviamente si è preparato molto al film, ma la cosa fondamentale che abbiamo capito insieme è che non ce ne saremmo fatti nulla di un’imitazione di Mussolini. Ci serviva, ovviamente, una somiglianza di base, e per quello abbiamo usato trucco e protesi di vario tipo. Ma non abbiamo voluto, per esempio, calcare la mano sull’accento romagnolo o sulle sue movenze, perché Mussolini con gli occhi di oggi è una macchietta, il suo modo di comunicare funzionava all’epoca ma oggi lo farebbe sembrare un imitatore, un personaggio alla Alighiero Noschese, mentre noi abbiamo preferito lavorare sulla profondità del personaggio. In questo senso il nostro Mussolini è più vicino a quello di Ultimo atto, dove Lizzani raccontava una persona e non solo “quello che si affaccia al balcone”.

E tu personalmente hai trovato disturbante il fatto di dover fare ricerche su un dittatore?
«Più che altro mi è capitato di vergognarmi in pubblico, perché per esempio in casa mi sono ascoltato i suoi discorsi più e più volte, quindi figurati cosa deve aver pensato il vicino. O quella volta che con i produttori siamo andati in un ristorante ebraico nel ghetto romano e abbiamo discusso del Duce con assoluta nonchalance… È stato imbarazzante, questo sì, abbiamo fatto parecchie gaffe. C’è una cosa che ho notato però, che riguarda me ma non solo me: una certa distanza generazionale dal personaggio; non nel senso che ci siamo dimenticati chi fosse, ma che non “sentiamo” più tanto quel periodo. E questa distanza secondo me ci ha permesso anche di divertirci con il Duce, di trattare la materia (e mi rendo conto che questa potrebbe anche essere una critica nei nostri confronti) in maniera laica, di non ribadire ogni cinque minuti quanto Mussolini fosse cattivo – perché teoricamente dovremmo già saperlo. Mi interessava più che altro parlare di populismo e di confusione».

Di Massimo Popolizio abbiamo già detto. Cosa ci dici invece di Frank Matano?
«Frank è stato fanatstico. Lui è stato sempre un comico, anche molto innovativo perché ha portato il linguaggio di YouTube in Italia e segnato un cambiamento culturale, e ha l’intelligenza necessaria a far emergere le sue capacità attoriali. Qui interpreta un giornalista d’assalto, un po’ ingenuo, un personaggio molto nelle sue corde, e in particolare sul finale, quando succede qualcosa e il registro del film cambia, è fantastico. Ci vuole una persona intelligente come Frank, che è anche uno che studia tantissimo, per entrare in un personaggio che ti obbliga a parlare con Mussolini come se fosse quello vero. Era quella la vera sfida per lui: non tanto interpretare un giornalista d’assalto, quanto il sapersi relazionare con un personaggio che è come Luke Skywalker o il Gabibbo. Frank ha saputo non perdere mai di vista la verità: è questo il lavoro che abbiamo fatto insieme nel creare il suo personaggio. Che in effetti è un regista più che un giornalista, non so perché dico sempre giornalista… è un regista che non ha ancora fatto niente nella sua vita, né un film né un corto né un documentario, lo è solo perché si definisce tale. Poi gli arriva questo colpo di fortuna, la possibilità di proporre a una rete Tv un documentario su Mussolini: il loro rapporto all’inizio è pieno di entusiasmo, quasi di amicizia, mentre il finale ha risvolti più drammatici, e sono sicuro che Frank vi sorprenderà».

Non posso fare a meno di notare che stai insistendo molto sugli aspetti non-comici del film; sembra che tu ci tenga a far passare l’idea che Sono tornato non è solo un film da ridere.
«Lo dico per non vendere una sòla agli spettatori (ride, ndr): Sono tornato non è solo un film “da ridere”, soprattutto sul finale. Voglio dire, magari fosse un film di Zalone! Certo, fa anche ridere, a tratti la storia è estremamente comica a tratti, ma ha un risvolto amaro che la rende particolare, forse unica. Ho fatto di tutto perché il film avesse la sua personalità, ho anche sperimentato molto con l’uso dei linguaggi: tecnicamente è stato un film difficilissimo da realizzare, perché montare insieme parti girate in digitale, altri con telecamere tradizionali, altre ancora con l’iPhone o una telecamera televisiva… è complesso ma è anche un aspetto che emerge molo dal film, e che secondo me lo rende unico».

Come mai questa moltiplicazione di strumenti?
«Perché il film è diviso idealmente in tre parti: ce n’è una girata come una candid camera, con la telecamera nascosta o molto lontana, un’altra in cui la telecamera è invece visibile ma le persone che intervistiamo non sono attori ma “uomini della strada”, e ovviamente c’è la parte più puramente di finzione. Abbiamo anche dedicato ampio spazio al linguaggio televisivo, e abbiamo usato le telecamere di Sky Sport per girare quelle scene: come dicevo, è un continuo mix di linguaggi».

Quanto del film è effettivamente stato scritto prima, e quanto invece si è scritto da solo, in corso d’opera?
«Bravo, è andata esattamente così. Cioè, il film è ovviamente scritto perché è ispirato al film tedesco, anche se il finale è diverso. Ma quello che dicono gli italiani non sono le stesse cose che dicono i tedeschi, e quindi alcuni dettagli sono stati modificati in seguito alle reazioni delle persone per strada; molte interviste le abbiamo anche buttate. In generale abbiamo provato a tenere tutto quello che è stato detto, senza tagliare ad arte le dichiarazioni, che è un po’ il vizio dell’originale tedesco. Abbiamo fatto di tutto per cogliere il punto di vista degli italiani, un Paese di razzisti che però magari non si accorgono di avere un cognato di colore, e magari non si accorgono che quello stesso cognato è il primo che parla male degli altri neri… Questi sono gli italiani, e quello che ci hanno detto ha determinato molte scelte in fase di scrittura».

Uno dei tratti distintivi del tuo cinema è la tua voglia di giocare con stereotipi e luoghi comuni: cos’hanno che ti piace così tanto?
«Sai che non ci avevo pensato in questi termini? Però è vero, il film in un certo senso parla anche di stereotipi, che sono poi il punto di vista degli italiani su certe situazioni. Se parliamo in generale del concetto di stereotipo, penso che sia interessante perché riconoscerne l’esistenza permette di eliminarlo: nel momento in cui uno stereotipo esiste, può essere facilmente superato. Gli stereotipi, e la loro sconfitta, sono un antidoto alla globalizzazione che ci rende tutti identici, tutti vestiti uguali e con le stesse idee».

È vero che quando giravate per le strade d’Italia avete incontrato anche politici, non solo persone comuni?
«Sì, a Roma abbiamo incontrato Gianni Alemanno, Emilio Fede a Napoli. Li abbiamo ripresi e messi nel film, molto semplicemente. A girare per Roma con una telecamera vedi tanta gente che non ti aspetteresti di vedere…».

Ti chiederei come hanno reagito, ma forse ho paura della risposta.
«Tranquillo: hanno reagito con la sana curiosità che hanno tutti di fronte a una telecamera, con grande purezza».

È arrivato il momento dei saluti, quindi ti ringrazio del tuo tempo e ti dico che sono molto curioso di vedere Sono tornato, ci punto molto.
«Ti ringrazio, e spero che tu ne esca soddisfatto! Poi sai, uno i film li fa meglio o peggio, dipende da tanti fattori, ma resta il fatto che dobbiamo continuare a farli perché è il nostro lavoro. Anche se la gente poi non va al cinema…».

Be’, credo che il fatto che la gente non vada più al cinema non abbia neanche più a che fare con la qualità…
«Esatto, bravo, certo che no! Io credo che prima o poi la gente tornerà in sala, e non credo si possa dare la colpa di questo periodo di crisi ai film. Sappiamo bene quello che è successo negli ultimi anni, e sappiamo anche che finalmente, tardivamente, stiamo cercando di limitare i danni».

A proposito! Cosa pensi degli ultimi tentativi di limitare i danni, quelli che provengono dal nostro governo?
«Non ho ancora approfondito a sufficienza, mi sembrano manovre tutto sommato auspicabili ma… senti, ti racconto questa: ieri, dopo aver visto 12 ore di Netflix (per piacere, ma anche per lavoro) sono andato al cinema a vedere Mister Ove con mia moglie e sai cosa? Mi veniva da vomitare, ne avrei fatto volentieri a meno. Credo che questa saturazione sia quello che sta succedendo a tutti, e in questo senso non so quanto servano le leggi. Bisogna capire bene qual è il vero problema, e non abbiamo ancora delle risposte, anche a noi del cinema mancano i leader, forse abbiamo bisogno pure noi di un pastore (ride, ndr). E d’altra parte come si può pensare, con l’offerta enorme che c’è dappertutto, che la sala possa ancora funzionare? Perché poi il vero problema è riempire le sale, non sono i film in quanto tali. C’è anche un problema nuovo, secondo me: le serie Tv stanno minacciando la struttura narrativa del classico “film da cento minuti”. Quello è il reale problema, è un problema di DNA del film: 100 minuti sono troppi, il modello 50 minuti è penetrato, la gente non riesce a stare 100 minuti senza telefonino, non riesce a concentrarsi. Forse si agirà sui formati, non lo so, non sono neanche sicuro che sia un problema di prezzo dei biglietti – o forse sì? In fondo con 8€ vedi un film al cinema, con 9€ ti fai un mese di Netflix…».

Mi sembra che sia lo stesso problema che hanno affrontato i giornalisti quando è arrivato Internet: c’è stata un’esplosione dell’offerta e una frammentazione tale che l’unico modo che abbiamo trovato per cercare di salvare i giornali è dire “quello che c’è sul giornale è un’esperienza che non trovi altrove”, e forse la stessa cosa potrebbe funzionare per la sala.
«Bravissimo, è un approccio corretto, e se ci pensi vale anche per la musica, dove per far soldi devi fare concerti, non dischi. Però produrre un giornale costa, produrre un film costa, quindi è difficile capire questi costi chi li pagherà».

Bisognerebbe produrre in perdita fino a che la gente non tornerà in sala, ma chi vorrebbe mai farlo…
«A me sembra che ormai la sala stia diventando sempre più un catalizzatore di eventi non cinematografici, dall’opera al concerto. Quindi… non so, è un problema profondo, e se ne parla poco».

È un po’ deprimente chiudere su questa nota.
«Ma non bisogna deprimersi, bisogna trovare soluzioni!»

È che da appassionato di cinema è difficile entrare nella mentalità di chi non ama più tanto il cinema e preferisce i cinquanta minuti di una serie Tv.
«E allora faremo film da cinquanta minuti!»

Stai proponendo il grande ritorno del mediometraggio?
«Con il biglietto a 4€».

Oppure ci troveremo i cinema invasi solo dai vecchi film, che sta diventando di moda riportare in sala…
«Certo, quelli stanno in sala due giorni, ci credo che la gente va a vederli. Prova a tenerli due settimane…»

Però forse vuol dire anche che un minimo di voglia di sala c’è ancora nella gente.
«Forse la soluzione quindi è migliorare le sale? Non lo so, sono un po’ dei luoghi comuni anche questi, e in quanto tali hanno un fondo di verità. Forse un giorno farò un film su questo, i luoghi comuni del cinema».

L’intervista è pubblicata sul numero di gennaio di Best Movie, in edicola dal 28 dicembre

(Foto di Claudio Iannone)

© RIPRODUZIONE RISERVATA