È il 1992 quando Gli spietati raggiunge le sale di tutto il mondo. Per Clint Eastwood è il sedicesimo lungometraggio come regista e lo gira all’età di 62 anni, quando oramai viene ritenuto un autore nella fase crepuscolare della sua carriera. I cinque film precedenti hanno tutti stentato al botteghino e sono stati largamente ignorati dalle giurie e dalla critica, se non proprio massacrati (unica eccezione Bird, che comunque ha vinto dei premi solo per il comparto sonoro). Bisogna risalire fino al 1983, nove anni prima, per incontrare un titolo di un qualche successo commerciale, ovvero Coraggio…  fatti ammazzare, la quarta iterazione cinematografica di Harry “Lo Sporco” Callaghan. Insomma, per la maggioranza del pubblico distratto, Eastwood è un autore finto. Pochi infatti hanno capito e notato il discorso sulla vecchiaia e sull’essenzialità che “Il Biondo” sta portando avanti sotto traccia da parecchi anni, ormai. Il cavaliere pallido è un capolavoro di misura e asciuttezza, Gunny una splendida riflessione ironica sul tempo che passa e sui fantasmi del passato, Bird un dolente e dolcissimo ritratto, Cacciatore bianco, cuore nero una tormentata riflessione sui demoni che albergano nell’animo di ogni grande artista, La recluta un filmaccio che trova la sua salvezza proprio nel rapporto tra il vecchio protagonista e la sua giovane spalla.

E, infine, Gli Spietati, dove Clint riesce a trovare il perfetto punto d’incontro tra la sua visione del cinema e la sua visione della vita. Quando il film debutta, nessuno mette in dubbio che si tratti di un capolavoro. Un classico istantaneo. Riceve nove nomination agli Oscar e ne vince quattro: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore non protagonista (Gene Hackman), Miglior montaggio. È il terzo western nella storia a ricevere la più ambita delle statuette. Potrebbe essere la conclusione trionfale di una carriera e, invece, è una specie di nuovo inizio. Di seguito Eastwood infilerà altri due capolavori (Un mondo perfetto e I ponti di Madison County), poi una serie di buoni film, poi altri due trionfi (Mystic River e Milion Dollar Baby), ancora una serie di buoni film, e poi ancora un altro trionfo di critica e pubblico con Gran Torino (ancora una riflessione sulla vecchiaia), e uno solo di pubblico, con American Sniper. Oggi, con Hollywood tutta schierata a fare la guerra a Donald Trump, Eastwood è trattato come il tredicesimo a tavola e lo splendido Sully è stato ignorato. Ma non è importante perché il trumpismo e l’antitrumpismo passeranno, mentre i film di Clint Eastwood resteranno per sempre. E tra loro, a svettare su tutti, Gli spietati.

Il film è dedicato “a Sergio e a Don”, che sarebbero Sergio Leone e Don Siegel. Ma se la dedica al primo sembra un ringraziamento per averlo trasformato in una star, la dedica al secondo è per averlo fatto diventare ciò che è. Perché dal cinema stilizzato e sotto steroidi di Leone, Clint Eastwood non ha mutuato praticamente nulla, mentre da quello essenziale di Siegel, tutto. E così è Gli spietati, una pellicola che lavora tutta in sottrazione, sia nel linguaggio sia nei temi. Intreccio minimale, poche parole (ma non così poche da fare di questo tratto un segno evidente di stile, come invece accadeva nella Trilogia del dollaro), demolizione del mito ed esaltazione del verismo. Più volte, lungo tutto il corso del film, Eastwood si prende la briga di mettere in scena il conflitto tra la verità e il suo racconto. La sorte toccata alla povera prostituta sfregiata viene ad esempio ingigantita e resa via via più mostruosa mentre passa di bocca in bocca, fino ad arrivare alle orecchie del protagonista. Oppure le imprese di Bob “l’Inglese”,  il barone (o baro) della morte, che vengono raccontate nella forma di dime novel e poi spazzate via alla prova dei fatti. O ancora l’amena quotidianità dello sceriffo “Little Bill” Daggett. In tutta la pellicola, l’unico personaggio all’altezza della sua oscura fama di “uomo nero del West” sarà proprio quel William Munny che, lungo il corso di tutta la narrazione, continuerà con forza a negarla.

E così si arriva alla conclusione, a quella resa dei conti che in un western normale avrebbe rappresentato l’apice esplosivo della tensione costruita per tutto il film ma che negli Spietati diventa l’anticlimax assoluto. Munny entra nel saloon (1) e, senza girarci attorno, spara nella pancia a Little Bill (2). Nessun eroismo. Nessun momento d’azione. Nessuna frase ad effetto. Solo un discorso mozzato sul nascere dal colpo di una doppietta con le canne mozzate (3). Una scena mirabile per realizzazione e intenti, un vero e proprio manifesto programmatico di tutto il cinema eastwoodiano da lì a venire. Quando il personaggio di Gene Hackman muore (4), con lui muore anche l’illusione che, alla fine, il capolavoro di Eastwood si sarebbe rivelato comunque un western. Invece, dei western e del mito in generale, è la pietra tombale. Con Gli spietati finisce l’età del sogno e della fabula, e inizia quella della crudele ragione.

Qui sotto, la scena frame by frame, e a seguire la cover dell’edizione restaurata in 4K de Gli spietati che sarà disponibile dal 13 luglio.

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GLI SPIETATI
Regia:
Clint Eastwood Interpreti: Clint Eastwood, Morgan Freeman, Gene Hackman, Richard Harris, Frances Fisher Distribuzione: Warner H.E. Formato: Blu-Ray 4K, Blu-Ray, Copia Digitale

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