Accendini. Tantissimi, a bucare il buio che avvolge l’arena di Montreal, prima che i riflettori si accendano sul palco, illuminando Freddie Mercury e i suoi tre discepoli, Brian May, Roger Taylor e John Deacon. Fa effetto vederli accesi oggi, dove a un concerto si va muniti di iPhone, pronti a riprendere la performance del proprio cantante (o gruppo) preferito. Ma seppur anacronistico, è un aspetto da non sottovalutare, perché simbolo di una generazione e di un modo di vivere un’esperienza che negli anni ha forse perso la sua essenza più pura. Queen Rock Montreal, il film concerto (mai trasmesso prima d’ora) che oggi sbarca nelle sale, per rimanerci sino al 18 marzo, racconta di un tempo lontano in cui l’AIDS non era ancora diventata una minaccia mortale e Apple aveva appena cinque anni. Manca solo qualcuno che in voice over dica “C’era una volta…” e il quadro sarebbe perfetto.
Lo spettacolo comincia con il palco che pare prendere vita da solo, come un’astronave pronta a spiccare il volo. I riflettori, di colori diversi, si alzano sulla testa del quartetto protagonista e Freddie – vero immortale – comincia a cantare. Il suo è uno show intenso, da istrione, leader carismatico di un gruppo che nel 1981 (anno del concerto) era già leggenda. Un mito che rivive in uno spettacolo coinvolgente che, volendo trovare qualche legame col cinema, pesca dalla sci-fi più classica (per scenografie e giochi di luce), dal dramma e dalla commedia, grazie ai piccoli siparietti tra Mercury, May e il pubblico. La playlist comprende gran parte dei successi più famosi della band – i momenti più alti li raggiungono “Somebody to Love”, “Bohemian Rapsody”, “Under Pressure” e “We Are the Champions” -, e per un’ora e mezza sono solo brividi. Non necessariamente dei fan, ma di chi si emoziona guardando un gruppo di artisti esprimere il proprio genio. Tra loro e il pubblico non c’è lo schermo di un cellulare a fare da barriera. Non c’è la smania di condividere sui social, di postare, di taggare. C’è contatto, fisicità, la sensazione (molto intima, benché pulsante in uno stadio intero) di essere veramente parte di qualcosa di grande. Sono immagini che raggiungono tutti, rappresentazione di quanto l’arte sia senza confini. E di come sia l’unica in grado di sopravvivere a una forza invincibile quale la morte.
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