Ci sono film che non si guardano, si attraversano. Che è una roba estremamente pretenziosa da dire e andrebbe accolta con una sonora pernacchia in qualsiasi caso, eccetto questo: Tenshi no Tamago (L’uovo dell’angelo) è un’opera del 1985 firmata da Mamoru Oshii con il character design di Yoshitaka Amano, che ancora oggi rimane un enigma tra i più oscuri dell’animazione giapponese.
Un’ora di immagini quasi prive di dialoghi, dove una bambina vaga in un mondo in rovina stringendo tra le mani un uovo. La segue un uomo misterioso, forse un soldato, che le rivolge domande a cui lei non risponde. È un viaggio dentro città sommerse, scheletri di animali giganti, foreste pietrificate in cui il tempo sembra essersi fermato. Nessuna spiegazione, solo simboli, riflessioni sulla fede e sull’origine della vita, metafore visive che affascinano e confondono ancora oggi. Inutile dire che all’epoca fu un clamoroso insuccesso. Altrettanto prevedibilmente, negli anni è diventato un piccolo cult. Oshii, regista che avrebbe poi firmato il capolavoro sci-fi che è Ghost in the Shell, lo ha definito un film profondamente personale, nato da una crisi spirituale dopo il fallimento di un progetto precedente. E Yoshitaka Amano, che negli anni successivi avrebbe legato il suo nome al brand di Final Fantasy, ha contribuito con un’estetica eterea, fatta di linee sottili che sembrano dissolversi nell’aria.
Ora, a quarant’anni di distanza, Tenshi no Tamago torna a nuova vita: dal 4 al 10 dicembre arriva per la prima volta nei nostri cinema in versione restaurata, distribuito da Lucky Red. Che si tratti di un’opera di imperscrutabile profondità o semplice flex di due artisti che si sono detti “chi se ne frega della trama”, cambia poco: l’occasione di vedere un film del genere sul grande schermo va colta a prescindere.
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