Bianco e nero, tratti sfumati, tanti primi piani: un fumetto che prova a essere nuovo, innovativo, fresco. E alla fine ci riesce. L’Intervista di Manuele Fior, autore italiano tra i più apprezzati a livello internazionale, è l’ennesima prova della capacità di un artista di reinventarsi, di non dare nulla per scontato e di sapere esplorare l’inesplorato.
Siamo nel futuro, in un’Italia divisa, e i protagonisti – in particolare lo psichiatra al centro della vicenda – hanno un incontro “ravvicinato” con gli alieni. Ma non è questa la storia principale, solo uno spunto narrativo che sottende l’idea secondo cui per accettarci gli uni gli altri dobbiamo prima avvicinarci.
Un processo spesso favorito dalla paura verso l’ignoto, che azzera i pregiudizi dell’uomo verso i suoi simili, o quanto meno glieli fa dimenticare. Manuele Fior si concentra sui personaggi, l’amore, i tradimenti e la cultura.
E da questo punto di vista L’Intervista è un’opera intima e intuitiva, che si differenzia da tanti altri fumetti per la sua originalità. Non è eccessivamente melensa né introspettiva, ma adotta una prospettiva più ampia: Fior parla di una società in conflitto, di un futuro possibile ma non certo e delle nostre reazioni davanti al diverso. «Quando abiti tanto tempo fuori dall’Italia è vero che perdi un po’ il polso della situazione» ci racconta una mattina di fine novembre, da Parigi, dopo essere rientrato dal Festival di Bilbolbul. «Penso che l’Italia stia ancora vivendo un momento di stagnazione. Chi fa le cose è molto ostacolato».

Best Movie: È per questo che ti sei trasferito all’estero subito dopo la laurea?
Manuele Fior: «Come tanti, ho fatto l’Erasmus. E a Berlino ho trovato parecchi contatti così come i primi lavori. È partita così, come una scelta estemporanea che col tempo si è trasformata in scelta di vita. È successo a tante persone della mia generazione».

BM: Ne L’Intervista c’è molta attualità, anche se la storia è ambientata in un futuro imprecisato.
MF: «Quando fai un fumetto hai molto tempo a disposizione. Nel mio caso tre anni, durante i quali ho messo a fuoco la storia, lasciandomi influenzare dalla cronaca, vedi le ultime vicende in Spagna, Inghilterra, Scozia. Quando ho cominciato a lavorarci c’era ancora al governo Berlusconi. La fantascienza ti aiuta a superare superare un vicolo cieco in cui ci siamo imbucati, come in Italia».
In realtà il futuro che descrivi assomiglia molto al passato.

BM: I personaggi seguono una moda new age nell’abbigliamento, c’è un approccio alle novità molto anni ’70 e un progresso che si confonde piacevolmente con la magia.
MF: «Sarà perché sono sempre stato affascinato dalla cultura anni ‘70. In effetti ci sono diversi rimandi al ’68 e alla rivoluzione sessuale di quegli anni. La nuova Convenzione sembra un po’ una generazione hippy. Nonostante molti punti programmatici dei sessantottini non vennero attuati, molti altri cambiarono la società. E comunque è cosa risaputa che certe mode tornano ciclicamente».

BM: Abbiamo veramente bisogno degli alieni, e quindi di qualcosa di totalmente estraneo e lontano da noi, per conoscerci meglio?
MF: «Penso che il contatto con gli alieni possa essere considerato una metafora. Una sorta di aiuto che arriva dall’esterno, o – se preferite – una stretta di mano per permetterci di evolverci ed evitare di massacrarci.
In molti film è una minaccia, nel mio fumetto, invece, una spinta che viene data per accelerare alcune dinamiche a livello sociale. Anch’io condivido quest’idea: serve qualcosa da fuori per unire le persone». […]

 

Leggi l’intervista completa su Best Movie di gennaio, in edicola dal 23 dicembre.

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