Ti pianta gli occhi addosso, ha una specie di eleganza robusta, minacciosa, la stessa di Ciro Di Marzio e Francesco Corvino, i personaggi che interpreta in Gomorra e in Perez. (con il punto alla fine), il noir di Edoardo De Angelis in sala dal 2 ottobre dopo essere passato fuori concorso al Festival di Venezia. Due ruoli simili e diversi, uomini di Camorra che nascondono sotto gli abiti firmati l’anima nera del killer, disposti a tutto per scalare le gerarchie della malavita o per difendere una storia d’amore. Due ruoli che hanno consacrato Marco D’Amore come volto esemplare della nuova fiction italiana di genere e di qualità. Nei panni di Francesco, in particolare, s’infila pian piano nella vita dell’avvocato Demetrio Perez (Luca Zingaretti), dapprima come una fastidiosa diceria dei colleghi, poi in carne e ossa, fidanzato della figlia. Obbligando l’uomo di legge a una presa di coscienza e a un improvviso risveglio…

Cos’hanno in comune Perez., Senza nessuna pietà e Anime nere, i tre noir visti alla Mostra del Cinema?
«C’è una nuova generazione di autori trentenni – come Munzi, Alhaique e De Angelis, che poi è la mia generazione – che fa i conti con la realtà, e lo fa pescando nel torbido. Le associazioni criminali non sono un’idea astratta, ma una realtà con cui si fa i conti tutti i giorni. Da qui però, attraverso i grandi personaggi che queste storie tratteggiano, diventano metafora di qualcos’altro. È un cinema italiano che fa i conti con le brutture del proprio paese, ma poi prova a dare una “vertigine”: a volte di speranza, a volte fantastica, a volte surreale, per sfuggire un po’ da quella stessa realtà da cui parte».

Perez. è un film realista?
«Penso abbia una grande matrice di realismo, ma anche un valore simbolico altissimo. Il quartiere stesso in cui si svolge la vicenda, il Centro Direzionale, è Napoli e non è Napoli, sembra un luogo immaginifico, con questi grandi palazzi con le pareti riflettenti in cui la storia si specchia e i personaggi vengono deformati».

Queste opere che parlano di criminalità organizzata non sono veri prodotti di genere, come invece è Gomorra.
«In passato abbiamo vissuto un periodo di splendore del cinema di genere. Film che avevano tutti i cliché del caso ma anche un’analisi amarissima e più che cruda della realtà. In questi nuovi autori il desiderio di evasione c’è, soprattutto in quelli più giovani, ma c’è anche la necessità di dare risposte a una situazione sociale soffocante. Gomorra indaga le associazioni criminali dall’interno. C’è uno studio scientifico del problema, del modo in cui vivono, di come si costituiscono. In Perez. questo non c’è. Per me è principalmente un film d’amore, una storia a tre che l’autore pone sullo sfondo amaro della criminalità organizzata, come a dire non è più questo il tempo per un amore leggero, pulito. C’è sempre qualcosa di sporco, una macchia. Io credo che oggi sia veramente difficile pensare di fare un film d’amore classico senza ricorrere alla farsa». […]

(Foto: Kikapress)

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