Un libro che gli ha cambiato la vita: è così che Martin Scorsese definisce il romanzo Silence di Shūsaku Endō. E forse questo spiega in parte perché ci siano voluti così tanti anni per realizzare la tanto agognata trasposizione cinematografica, concepita negli anni ’90 e soltanto adesso finalmente pronta ad arrivare sul grande schermo.

La storia (che vede due gesuiti in missione nel Giappone del periodo Edo, durante il quale il governo sterminò intere comunità di cristiani) era troppo importante e le sue tematiche troppo grandi per concedersi errori. E del resto, spiega Scorsese, Silence è un film destinato a far parlare di sé a prescindere, soprattutto in un’epoca come questa in cui religione e contrasto culturale sono al centro del dibattito internazionale.

Giunto a Roma per un’udienza con Papa Francesco, che ha rivelato di essere rimasto colpito dal romanzo allo stesso modo, il regista ha in seguito incontrato la stampa per parlare della sua ultima fatica.

Sono stati ben 28 gli anni impiegati per portare Silence sul grande schermo. Perché sentiva la necessità di raccontare questa storia?
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Quelli trattati da Shūsaku Endō nel suo libro sono temi a me particolarmente cari, che mi porto dietro da quando ero bambino e che ho affrontato in maniera diversa in tutti i miei film. Sono sempre stato affascinato da come può evolvere il senso della religione: da piccoli la ereditiamo dai genitori e non ci facciamo troppe domande, ma nel diventare adulti possiamo passare attraverso un rifiuto, che potrebbe poi trasformarsi in una nuova accettazione e così via. Il libro mi è stato donato dopo l’uscita del film L’ultima tentazione di Cristo e ricordo che mi emozionò da subito, ma che non riuscivo esattamente a spiegarmi perché. C’era un significato più profondo, direi spirituale, che sentivo fosse importante esplorare e comprendere appieno. Perciò, col passare degli anni e mentre combattevo una vera e propria battaglia per ottenere i diritti per il film, ho continuato a leggerlo e rileggerlo periodicamente per essere sicuro di afferrare tutti i significati e di poterli trasporre al meglio sul grande schermo».

Una delle tematiche principali è il conflitto tra la fede per qualcosa di superiore e la misericordia per la sofferenza umana, fisica e materiale. Puoi parlarci di questo tema?
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Non voglio anticipare nulla della trama del film, ma vi dirò che ciò che mi ha affascinato particolarmente è l’aspetto dell’abiura. Al protagonista infatti viene chiesto di negare completamente Dio, altrimenti causerà la sofferenza di altri cristiani come lui. Ovviamente lui vive un conflitto interiore: è giusto in una situazione del genere abbandonare in questo modo la fede, rinunciare ai propri principi e valori? E soprattutto, è davvero possibile, dal momento che sarebbe una scelta forzata?».

La religione, le ideologie e l’uccidere per un principio sono temi molto scottanti nella contemporaneità. Sotto quali aspetti Silence è un film attuale?
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Vorrei prima di tutto precisare che è assolutamente una coincidenza che questo film arrivi nelle sale proprio adesso, in questo clima politico e con la situazione internazionale che stiamo vivendo. Io del resto volevo realizzarlo una decina di anni fa. Sicuramente ci sono temi che si riflettono in ciò che succede oggi. Forse il più interessante e quello che spero arrivi alle persone giuste è il tema dello scontro tra culture: il Giappone in fondo rifiuta la predicazione dei gesuiti per mancanza di comprensione. I missionari presentavano il loro messaggio nel modo sbagliato, non tenendo conto del sostrato culturale e della mentalità giapponese. L’Occidente si poneva in modo arrogante pretendendo di portare la verità assoluta, e chiaramente questo atteggiamento veniva percepito come un’offesa. Spero che il film generi un dibattito, perché alla fine era questo il mio obiettivo. A prescindere dal fatto che sia riuscito o meno, la profondità della storia è tale da poter far discutere e generare un nuovo punto di vista sul valore della vita».

Qual è il significato del titolo “Silence”, ovvero “silenzio”?
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Il silenzio di Dio. Che non è mai totale per chi sa ascoltare. Se si riesce a scivolare nel silenzio e ascoltarlo piuttosto che respingerlo, ci si accorgerà che in esso c’è molto rumore».

Come sono stati scelti gli interpreti dei protagonisti, Andrew Garfield e Adam Driver?
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Dato che il progetto è durato molto a lungo, ci sono stati altri attori in trattative in passato, ma ovviamente ogni volta che si rimandavano le riprese finivano per diventare troppo vecchi per la parte. Andrew Garfield l’ho visto per la prima volta nel film Boy A e poi in Spider-Man. Quello che mi è piaciuto di lui è che fin da subito l’ho visto interessato al materiale e alle tematiche del libro. Nel suo provino mi ha dimostrato emozione e spiritualità, in lui ho visto una profondità che mi ha davvero sorpreso e su cui ho sentito di poter lavorare. Per quanto riguarda Adam Driver, mi aveva colpito molto nella serie tv Girls: tutto il cast di quello show era fantastico, ma lui era veramente eccezionale. Non ha fatto il provino, ci siamo semplicemente incontrati e al termine di una chiacchierata, durante la quale tra l’altro non aveva detto molto, gli ho proposto il ruolo».

Puoi rivelarci qualcosa del tuo prossimo progetto con Robert De Niro?
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Si intitolerà The Irishman ed è ambientato tra gli anni ’50 e gli anni ’70. È una storia vera, raccontata dal punto di vista di un 75enne. Finalmente pare che ci siano buone probabilità di ottenere i finanziamenti e di iniziare presto la produzione».

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