Settembre 2017, lido di Venezia. Matt Damon ci aspetta in una suite dell’Excelsior seduto a un tavolino tondo, di fianco a una finestra, illuminato da un quadrato di sole pomeridiano. A 47 anni, in borghese, con l’attaccatura dei capelli biondi che comincia a scolorire, non è più il ragazzo pieno di talento che si è portato a casa un Oscar per la sceneggiatura di Will Hunting – Genio ribelle, e nemmeno l’agente indistruttibile della saga di Bourne, ma di entrambi conserva qualcosa – lo sguardo limpido, il sorriso furbo, i bicipiti enormi. Questo soprattutto, la massa impressionante del suo fisico iper sollecitato dentro la polo azzurra, che completa e contraddice l’aspetto rassicurante e appesantito, quasi impiegatizio, un paradosso che ha fatto la fortuna dei suoi ultimi due ruoli, il piccolo borghese pieno di segreti di Suburbicon, e quello che accetta di farsi rimpicciolire con una tecnica sperimentale per il bene del pianeta (e delle sue tasche) in Downsizing, il film per cui lo incontriamo.

Quante volte sei già stato a Venezia? Ho perso il conto!
«Parecchie! Ci sono stato per Il giocatore, per I fratelli Grimm, The Informant, Contagion, ora sono di nuovo qui… è la quinta volta!».

Cos’hai pensato quando ti hanno proposto una storia bizzarra come Downsizing?
«Quando Alexander me ne ha parlato per la prima volta pensavo stesse scherzando. Poi ho letto lo script e l’idea che uno studio potesse davvero produrre un film del genere continuava a sembrarmi assurda: è un film geniale, mi dicevo, molto intelligente, una bella sfida per un regista, ma è anche un film ad altissimo budget, eppure non ci sono sequenze d’azione o inseguimenti in macchina, solo un sacco di effetti speciali molto costosi. È un film che parla di esseri umani eppure è quasi un kolossal: è meraviglioso e anche sorprendente che Hollywood faccia ancora film simili».

Eppure a guardarlo non sembra neanche un film ad alto budget, forse perché gli effetti speciali sono ben nascosti.
«È quello a cui puntava Alexander, i suoi modelli per Downsizing sono stati Hal Ashby e tutti quei film anni Settanta nei quali gli effetti speciali non erano mai intrusivi, quasi venivano nascosti. Certo, ci vuole del talento a girare un film così: già trovare chi lo finanziasse non è stato facile».

Avete usato molto il green screen in fase di ripresa?
«Tutte le volte che giravamo una sequenza nel “mondo piccolo” e la scena prevedeva la presenza di una finestra: in postproduzione il green screen è stato trasformato in Leisureland, la città in miniatura, ma mentre giravamo era solo uno schermo verde. Non ci ha dato alcun fastidio però, non ce ne accorgevamo nemmeno».

Miniaturizzare il nostro corpo è ovviamente ancora impossibile: che consigli daresti a chi vuole ridurre il suo impatto sul pianeta?
«Chiudete il rubinetto quando vi lavate i denti, fate docce più corte, seguite l’antico proverbio di saggezza che dice “Se è gialla lasciatela lì, se è marrone tirate l’acqua”… Ci sono molti modi per ridurre gli sprechi d’acqua».

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L’intervista completa è pubblicata su Best Movie di gennaio, in edicola dal 28 dicembre

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