Uno pensa di trovarsi davanti al solito blockbuster fantasy di turno, ma poi alla prima scena di combattimento si becca una schiera di soldatesse che levitano in aria come delle bellissime e agguerrite danzatrici circensi in cerca delle loro prede: altrove, dei tamburi battono all’unisono il ritmo della guerra, mentre l’epica si accende di cromatismi ipersaturi che s’iniettano dritti negli occhi. No, non siamo davanti al solito blockbuster fantasy di turno, bensì di fronte a un’opera di Zhang Yimou, un cineasta qui alle prese con quello che è forse la più grande sfida della sua carriera ad oggi: riuscire a girare con convinzione il film cinese più costoso di sempre (150 milioni di dollari, per la precisione) puntando direttamente agli spettatori più mainstream. Proprio lui, che anni fa era partito come voce indipendente e controcorrente facendosi conoscere al mondo attraverso la rigida compostezza (e inevitabile spasmo al cuore) di capolavori come Sorgo rosso e Lanterne rosse.

Alcuni fan duri e puri, alla visione di The Great Wall, hanno urlato alla morte di un autore, ma evidentemente non hanno saputo guardare oltre la superficie del compromesso che Zhang ha dovuto stringere coi produttori: il film ha sì tutti gli ingredienti tipici del prodotto hollywoodiano per le grandi masse (leggerezza, trasparenza, un pelo di stupidità; in pratica, il personaggio di Matt Damon), ma porta con sé anche le caratteristiche proprie del cinema di Yimou, ben riconoscibili nella maniera in cui il nostro mette in scena l’epica e l’azione. Contrariamente ai fantasy americani, infatti, il regista non si abbandona mai al trepidante caos delle scene di massa, ma cerca sempre l’ordine e la coreografia in mezzo all’adrenalina, assemblando delle folgorazioni pittoriche che richiamano apertamente l’Opera di Pechino.

È l’artista di Hero e La foresta dei pugnali volanti che palesa la sua presenza, l’autore più cinese tra i cinesi, che contrariamente al Daniel Lee di Dragon Blade, riesce qui nella difficile impresa di mescolare elementi occidentali e orientali senza farsi fagocitare da nessuna delle due parti, trovando anzi il necessario equilibrio per dosare delle caratteristiche così opposte fra di loro: la frivolezza hollywoodiana s’intreccia con l’austerità orientale, lo spirito pop con la tradizione, le battute idiote di Matt Damon con la temperanza di Andy Lau. Non che The Great Wall sia privo di difetti: li ha e sono anche abbastanza evidenti, purtroppo dovuti a una sceneggiatura non sempre all’altezza e ai sacrifici di Zhang in sala montaggio (diversi personaggi sono sprecati, quello di Willem Dafoe su tutti; alcuni passaggi che avrebbero necessitato di una più dilatata esecuzione vengono condensati frettolosamente), ma lo spettacolo c’è, e porta con sé una bella dose di stupore. Affatto male, per un cineasta che ha iniziato la sua carriera facendo cose praticamente opposte.

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