L’intervista completa è sul numero di Best Movie di agosto

Pochissimi se lo ricordano agli esordi in un piccolo ruolo in Mystic Pizza, ma soprattutto giocatore di football tutto grinta, muscoli e mascelle quadre in Scuola d’onore (nel 1992). Tutti lo associano a Will Hunting – Genio ribelle che scrisse insieme all’amico Ben Affleck arrivando addirittura a vincere l’Oscar. Ma non tanti si sarebbero aspettati una crescita così impetuosa come attore e una carriera così folgorante e certosina nelle scelte. La chiave di volta per interpretare il Matt Damon attore è comprendere il Matt Damon uomo, specie il suo attivismo per i diritti civili, su tutti il tema dell’acqua potabile e la sua organizzazione Water.org. Non sorprende allora l’entusiasmo con cui si è gettato in Elysium, lo sci-fi a forte denuncia sociale e ambientale che lo vede al fianco di Jodie Foster e Diego Luna. Diretto da Neill Blomkamp, il regista di District 9, vede i poveri costretti a sopravvivere sulla Terra, ormai distrutta e priva di risorse, mentre i più ricchi sono al sicuro in un ambiente extraterrestre esente da ogni sorta di minaccia, malattie comprese: una specie di body-scan permette di diagnosticare e immediatamente debellare dal corpo dei fortunati abitanti di Elysium ogni minima traccia di patologie mortali.
Per girare le scene ambientate nel globo terrestre è stata scelta la discarica di Città del Messico, la seconda, in ordine di grandezza, nel mondo. «Un luogo davvero desolato, dove c’è gente che vive di rifiuti» racconta Damon, che nel film interpreta Max De Costa, l’uomo che cerca di riportare l’uguaglianza in quel mondo diviso. «Girare in quel posto è stata una lezione di vita ed è stato parecchio duro. Tutti quanti nella produzione, eccetto noi attori durante le riprese, indossavano una maschera antigas. È addirittura venuta una commissione medica a verificare le condizioni igienico-sanitarie. In ogni caso noi, alla fine della giornata, andavamo via da quel posto dimenticato da Dio; per duemilacinquecento sfortunati non è così».

Ma lei il futuro lo immagina simile?
«Io tendo a essere ottimista, spero che con la democratizzazione dell’informazione – ora possibile grazie a Internet, ai telefonini e ai social network –  le cose vengano livellate, e che la tecnologia migliori la qualità di vita di ognuno. Lo spero, ma non ho alcuna certezza; queste sono domande che vanno al di là delle mie capacità di previsione».

Nel film interpreta un eroe che tenta di cambiare le cose.
«Ecco, sì, di questo sono sicuro. Come ci sono stati Gandhi e Luther King, ci saranno sempre uomini che tenteranno di rendere il mondo un posto migliore».

È un ruolo molto fisico il suo. Come si è preparato?
«Ho dovuto allenarmi molto. Non solo dovevo essere in forma, ma dovevo raggiungere una specifica forma. Neill (Blomkamp, ndr) aveva le idee molto chiare sul mondo che voleva raccontare – tra l’altro creandolo di sana pianta – e dei personaggi che ne avrebbero fatto parte. La prima volta è arrivato da me con uno schizzo a matita. Un disegno al quale mi sono attenuto: testa rasata, enorme massa muscolare, tatuaggi. La parte difficile è stata modellare quei muscoli, seguendo il programma del mio personal trainer».

In che modo?
«Ho fatto moltissimo sollevamento pesi e cardio fitness; mi allenavo per quattro ore al giorno».

Si sarà sottoposto anche a una dieta.
«Ecco, quello è stato un incubo! L’allenamento non mi è pesato così tanto come mangiare tutto quel pollo! D’altra parte non ci sono scorciatoie: devi mangiare proteine e allenarti. Ma non mi posso lamentare, faccio il mestiere più bello del mondo!».

Si sente fortunato, dunque?
«Estremamente. Spero che il meglio debba ancora venire, ma so di essere già un privilegiato. Ho una moglie incredibile, dei bambini adorabili, e ho la possibilità di fare film che mi piacciono e di cui sono orgoglioso. Cosa posso desiderare di meglio?»
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