«La macchina del film ora è mia. Non sapevo nulla di macchine finché Nic non mi ha detto che avrei dovuto scegliere io quella del mio personaggio. Avevamo pochi soldi, così ho recuperato una Chevy Malibu del ’73 da una discarica e l’ho ricostruita con l’aiuto dei tecnici del film. Tutto a parte il cambio». Mentre parla, Ryan Gosling si massaggia una spalla su cui è tatuata una testa di diavolo che piange dei cuoricini. Gli occhiali tondi, i pantaloni grigi e i mocassini gli conferiscono un aspetto da assistente universitario, completamente contraddetto dalla canottiera a righe e dai bicipiti gonfi. La giacca è abbandonata da qualche parte, vicino al bancone del bar: nonostante l’ombra dell’enorme gazebo, dal mare salgono aria calda e un vento salato. All’epoca della nostra chiacchierata ci troviamo su una delle spiagge di Cannes, il giorno dopo la trionfale presentazione di Drive e il giorno prima che “Nic”, cioè Nicolas Winding Refn, si porti a casa il premio per la miglior regia del Festival. «Se fosse un giocatore di baseball sarebbe Babe (Ruth, il campione dei NY Yankees divenuto una leggenda perché prima di battere una palla fuori dallo stadio annunciava il colpo al pubblico con un dito puntato, ndr): magari non fa solo dei fuoricampo, ma ci prova sempre. Ha coraggio e ama i film di exploitation tanto quanto i film d’autore». La cosa più evidente, in questo momento, è che sono tutti piuttosto soddisfatti: le prime proiezioni sono state accolte da numerosi applausi a scena aperta e in rete si è già diffusa l’eccitazione che di solito accompagna l’esplosione dei fenomeni di culto. Si leggono cose come: «Il film ti fa saltare di gioia» e «Dovrebbero portargli la Palma d’Oro in camera con un croissant e un cappuccino».

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