«Mi ha fatto morire di paura»: uno dei thriller più disturbanti degli anni '90 sta conquistando Netflix
whatsapp

«Mi ha fatto morire di paura»: uno dei thriller più disturbanti degli anni ’90 sta conquistando Netflix

La piattaforma sta facendo riscoprire agli utenti una gemma di tensione ingiustamente dimenticata

«Mi ha fatto morire di paura»: uno dei thriller più disturbanti degli anni ’90 sta conquistando Netflix

La piattaforma sta facendo riscoprire agli utenti una gemma di tensione ingiustamente dimenticata

il poster del film thriller Copycat - Omicidi in serie

Nel vasto panorama dei thriller anni ’90 dominato da capolavori come Il silenzio degli innocenti (1991) e Seven (1995), uniti dalla classica struttura del detective ossessionato dal catturare un temibile serial killer, esiste un titolo che, pur avendo tutte le carte in regola, è rimasto inspiegabilmente sottovalutato. Stiamo parlando di Copycat – Omicidi in serie, un film – anch’esso del 1995 – che non meritava certo di essere dimenticato, e che fortunatamente nelle ultime settimane è stato riscoperto dal pubblico di Netflix, entrando nella Top 10 dei film più visti.

Uscito appena un mese dopo Seven, Copycat – Omicidi in serie si colloca nel pieno boom dei serial killer cinematografici, cavalcando un filone in piena espansione ma proponendo una prospettiva insolita. Il film diretto da Jon Amiel mette infatti al centro due protagoniste femminili – interpretate da due icone come Sigourney Weaver e Holly Hunter – in un insolito ma riuscitissimo duetto che ribalta la norma maschile del genere.

Sebbene il killer di turno non sia un cannibale né torturi le vittime seguendo il simbolismo dei sette peccati capitali, ha comunque un modus operandi agghiacciante e al tempo stesso geniale, imitando infatti i crimini dei più famigerati assassini della storia. Copycat – Omicidi in serie si pone a metà tra il giallo psicologico e lo studio del trauma, mettendo a dura prova i nervi dello spettatore.

Sigourney Weaver interpreta la Dr.ssa Helen Hudson, una celebre psicologa criminale affetta da grave agorafobia dopo essere sopravvissuta all’attacco di un serial killer, interpretato da un inquietante e irriconoscibile Harry Connick Jr.. Barricata nel suo appartamento di San Francisco, Helen viene contattata dalla detective M.J. Monahan (Hunter) e dal collega Goetz (Dermot Mulroney) quando un nuovo killer comincia a seminare morte e caos. La cosa prende una piega personale quando Helen comprende che l’assassino sembri sempre sapere dove trovarla, e che la sua casa non è più un rifugio sicuro.

La tensione in Copycat – Omicidi in serie è palpabile fin dalla scena iniziale, in cui l’attacco a Helen in un bagno universitario trasforma un semplice incontro accademico in un incubo: il dettaglio del vestito rosso che la rende un bersaglio visivo tra pareti e pavimenti bianchi è un tocco visivo che non può lasciare indifferenti, iniziando da qui in poi a costruire una spirale di paranoia e suspense in cui ogni ombra sembra essere una minaccia tangibile.

Tensione che ha catturato gli appassionati di thriller su Netflix, i quali su vari thread su Reddit hanno commentato con entusiasmo la riscoperta del film, arrivando a definirlo come “spaventoso da morire“. Altri commenti sottolineano inoltre con forza la potenza di Copycat, come “Questo film mi è rimasto in testa tutto il giorno!” e “È uno dei migliori del periodo . L’ho visto due o tre volte, e penso davvero che film così non ne fanno più!“.

La dinamica tra Helen e M.J. è inoltre il cuore pulsante del film. Weaver incarna alla perfezione l’archetipo del “detective immobile”, erede di James Stewart in La finestra sul cortile, intrappolata non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Hunter, invece, è tutto l’opposto: concreta, determinata, con la scorza dura di chi combatte il crimine giorno per giorno. Le due donne non si intendono subito, come sottilmente suggerito anche dalla differenza d’altezza tra le due attrici. Tuttavia, tra i due personaggi è destinata a nascere un’intesa che regge il film fino alla fine.

A sorpresa, Copycat – Omicidi in serie include anche una sottotrama queer gestita con una certa delicatezza, almeno per gli standard anni ’90: Helen è accudita quotidianamente dal suo vicino e assistente Andy (John Rothman), uomo gay che confessa con un sorriso d’avere una cotta per Goetz. Un momento umano, tenero, che mostra come il film riesca a costruire personaggi sfaccettati anche nei ruoli di supporto. Certo, non tutto è invecchiato bene. La sequenza dell’attacco iniziale, in cui il killer si traveste con tacchi e si nasconde nel bagno delle donne, fa riecheggiare alcuni tropi queerfobici già visti in altri thriller dell’epoca. Il film però non insiste su quella linea, e soprattutto dà spazio a personaggi queer senza ridurli a meri strumenti narrativi.

Insomma, Copycat – Omicidi in serie non è solo un thriller teso e ben scritto. È anche un raro esempio di “buddy movie al femminile” ante litteram, molto prima che True Detective 4 sperimentasse lo stesso schema con Jodie Foster. In un genere spesso dominato dalla misoginia e dalla fascinazione per l’assassino, qui troviamo due donne intelligenti, complesse e fragili solo quanto basta, che si oppongono all’oscurità con risorse proprie. Mentre gli uomini disperati di Seven si arrendono al nichilismo, Helen Hudson e M.J. Monahan combattono con lucidità e dignità non cedendo mai all’orrore che le circonda.

Cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

Leggi anche: «La nuova White Lotus»: questa serie thriller appena uscita è perfetta per chi ama il lato oscuro delle famiglie perfette

Foto: Warner Bros.

Fonte: ComicBook / Reddit

© RIPRODUZIONE RISERVATA