«Mi ha tolto il fiato»: questo inquietante thriller psicologico dimostra che il vero mostro è dentro di noi
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«Mi ha tolto il fiato»: questo inquietante thriller psicologico dimostra che il vero mostro è dentro di noi

Sospeso tra trauma e paranoia, costringe a restare dentro la mente di chi non riesce più a distinguere il reale dal percepito

«Mi ha tolto il fiato»: questo inquietante thriller psicologico dimostra che il vero mostro è dentro di noi

Sospeso tra trauma e paranoia, costringe a restare dentro la mente di chi non riesce più a distinguere il reale dal percepito

Ci sono thriller che non hanno bisogno di effetti speciali né di grandi colpi di scena per mettere a disagio. Basta un appartamento troppo silenzioso, uno sguardo trattenuto, e una tensione che cresce lentamente. In questi racconti, il terrore non viene da fuori, ma si annida tra le pieghe della mente: nelle omissioni, nella solitudine, nei dettagli che non tornano.

Cordelia è uno di quei film che ti entrano dentro in punta di piedi, ma lasciano un’eco inquieta difficile da ignorare. Diretto da Adrian Shergold e scritto insieme all’attrice protagonista Antonia Campbell-Hughes, questo thriller psicologico britannico si muove sul filo della tensione emotiva, scegliendo il silenzio, la sospensione e lo spazio come strumenti di racconto. Non urla mai, ma sussurra qualcosa di disturbante all’orecchio dello spettatore, fino a diventare un’ossessione silenziosa.

Il film segue la vicenda di Cordelia, un’attrice fragile e introversa che vive in un appartamento seminterrato a Londra con la sorella gemella Caroline (anch’essa interpretata da Campbell-Hughes). Sopravvissuta a un trauma accaduto anni prima nella metropolitana, Cordelia conduce una vita fatta di routine e ansie represse. Quando Caroline parte per un weekend col fidanzato, la protagonista resta sola — ma anche con i fantasmi che popolano la sua mente. Il suo senso della realtà inizia a sgretolarsi: sogni angoscianti, rumori inspiegabili, presenze ambigue. Tutto sembra suggerire che qualcosa — o qualcuno — la stia osservando, seguendo, manipolando.

La regia di Shergold costruisce una tensione costante attraverso un minimalismo visivo che diventa specchio della psiche disturbata della protagonista. Inquadrature strette, corridoi opprimenti, suoni ovattati: ogni elemento è calibrato per farci sentire prigionieri in uno spazio che non è solo fisico, ma profondamente mentale.

La performance di Campbell-Hughes è magnetica. Cordelia è un personaggio difficile da decifrare: non sempre lucida, ma profondamente autentica. L’attrice riesce a bilanciare nervosismo e controllo, portandoci dentro una mente che combatte per restare a galla. Il doppio ruolo della sorella Caroline rafforza il tema della dualità: lucidità e paranoia, controllo e abbandono.

Personaggio interessante è anche Frank, il vicino musicista interpretato da Johnny Flynn. Apparentemente gentile, rappresenta al tempo stesso attrazione e minaccia. Il film mantiene costante l’ambiguità: ogni gesto può avere molteplici interpretazioni, ogni silenzio può essere una trappola.

L’atmosfera di questo thriller richiama inevitabilmente i grandi maestri del cinema psicologico: Polanski, Hitchcock, ma anche Lynne Ramsay, per la capacità di trattare il trauma non come evento ma come stato dell’essere. In Cordelia non conta ciò che è accaduto, ma ciò che resta dentro, e come quella ferita continua a deformare ogni cosa.

Il finale spiazza: nessuna rivelazione, nessuna risposta, ma la conferma che lo scopo non era spiegare, bensì far sentire. E in questo riesce perfettamente: ci fa vivere per un’ora e mezza dentro una mente che sta crollando con dignità silenziosa.

Cordelia, pur non essendo un film perfetto, ha il coraggio di rallentare, di insinuare il dubbio, di non offrire nulla di consolatorio allo spettatore. Quando arrivano i titoli di coda, ciò che resta non è tanto la trama, ma una sensazione disturbante e autentica. E, in un modo o nell’altro, vera.

Fonte: Collider

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