Sua madre era una donna delle pulizie, suo padre un facchino al mercato del pesce di Billingsgate. Michael Caine arriva da una tipica famiglia della working class inglese ma, come molti suoi coetanei di umili origini che vivevano a Londra negli anni ’60, è protagonista di una rivoluzione culturale e sociale che lo trascina fino al successo e lo fa diventare uno dei più importanti attori del mondo.

Caine non è certo la sola star nata dal fermento della Swinging London: con lui c’erano ragazzi che si chiamavano Paul McCartney, Twiggy, Roger Daltrey, Marianne Faithful e David Bailey. E questo solo per citarne alcuni perché, come ha dichiarato lo stesso attore, «Tutte le persone che ho conosciuto negli anni ’60 sono diventate famose».

Quel periodo unico è al centro di My Generation: documentario diretto da David Batty di cui Michael Caine è co-produttore e voce narrante, guidandoci nella Londra di allora attraverso i suoi ricordi, le sue riflessioni e le sue interviste ai compagni di rivolta.

Dopo la presentazione in anteprima all’ultimo Festival di Venezia, My Generation esce nei cinema italiani dal 22 al 29 gennaio. Per saperne di più, ecco la nostra chiacchierata con il giovane 84enne Sir Michael Caine fatta al Lido lo scorso settembre.

Cosa l’ha spinta a fare questo film?
«L’idea non è mia, però quando me l’hanno proposta ho accettato subito perché gli anni ’60 sono stati qualcosa di rivoluzionario, sono stati una fase fondamentale della mia vita. All’epoca ero un giovane attore molto povero che stava cercando di trovare la propria strada: a Londra ho avuto la fortuna di vivere una società che, nel giro di pochissimo, è cambiata in maniera radicale».

In che senso?
«Prima degli anni ’60 la società inglese era tremendamente snob e classista; pensate che c’era una sola stazione radio della BBC che non trasmetteva mai musica pop e aveva uno speaker che leggeva le news in smoking. Per ascoltare le canzoni che ci piacevano dovevamo sintonizzarci sulle stazioni del Lussemburgo, di Berlino».

E poi?
«Poi tutto è cambiato. Ci siamo ribellati e abbiamo iniziato a distruggere quella divisione in classi che in Gran Bretagna era molto rigida. A teatro, ad esempio, autori come John Osborne e Pinter portavano in scena per la prima volta opere in cui si parlava della classe operaia. Look back in anger è stato il primo dramma inglese scritto da un uomo della working class che aveva degli eroi del nostro mondo. Abbiamo liberato le persone: quello che ora voi giovani fate con questa libertà è responsabilità vostra».

Ha citato il teatro; al cinema invece?
«Prima degli anni ’60 quando andavamo al cinema a vedere film di guerra sceglievamo solo war movie americani perché lì c’erano storie di soldati semplici. In quelli inglesi, invece, si raccontavano solo le avventure di ufficiali. Insomma non trovavamo mai quello che volevamo vedere e quindi lo abbiamo creato. Per molto tempo a noi “attori proletari” non era quasi concesso neanche di recitare, ci guardavano con sospetto, con superiorità. Io devo il mio successo a Zulu in cui ero un ufficiale dell’esercito britannico. In realtà avrei dovuto fare il ruolo di un soldato con accento cockney, ma quando arrivai al provino la parte era già stata assegnata così mi proposero di fare l’ufficiale. Mi diedero un ruolo così “aristocratico” solo perché erano gli anni ’60 e solo perché il regista era americano; se fosse stato inglese, anche di sinistra, anche comunista, non sarebbe mai successo».

Chi erano i suoi migliori amici allora?
«All’epoca ho condiviso casa con Terence Stamp, John Barry, Vidal Sassoon. Anche Roger Moore era un grande amico. La cosa assurda è che praticamente tutte le persone che ho incontrato in quegli anni hanno avuto successo».

Cosa vi accomunava tutti?
«La nostra origine da working class. E il fatto che ci siamo ribellati e abbiamo deciso di non fare gli stessi lavori dei nostri genitori. Io ho deciso di diventare un attore semplicemente perché pensavo che sarebbe stato molto meglio che lavorare in fabbrica: non ho mai aspirato alla fama e ai soldi. Negli anni ’60, poi, fortunatamente avevamo i nostri luoghi per incontrarci, i nostri club, i nostri ristoranti. Prima, se un operaio voleva uscire a mangiare c’era solo il baracchino di fish & chips o il pub; i ristoranti erano tremendamente snob, ti dovevi vestire elegante e poi chiudevano alle dieci di sera. Per fortuna sono arrivati gli italiani coi loro locali economici ed aperti fino all’una di mattina. In King’s Road c’era questo ristorante di nome Aretusa, il più grande dell’epoca: quando andavi lì a mangiare il sabato sera c’erano più star che a Hollywood».

In cosa è diversa la sua generazione da quella di oggi?
«In moltissime cose, per esempio oggi i ragazzi possono ascoltare oltre mezzo milione di dischi dove vogliono e quando vogliono. Anche la comunicazione è cambiata totalmente: noi potevamo parlare con una persona solo al telefono, adesso ci sono molti più strumenti».

Quanto è in contatto con le nuove generazioni di oggi?
«Completamente in contatto. Non sono uno che vive fuori dal mondo, anzi ho l’iPhone, l’iMac, l’iPad, e utilizzo anche Airplay».

Per tenersi in contatto con il mondo di oggi, sappiamo anche che lei guarda ogni tipo di film. Qualcosa visto recentemente che le è piaciuto molto?
«Degli ultimi tempi, sicuramente La La Land. E non vedo l’ora di vedere Baby Driver».

Lei come vede la working class di oggi in Inghilterra?
«Quello che mi preoccupa è che la classe operaia sembra ormai essere scomparsa».

Guardando My Generation si ha l’impressione che negli anni ’60 il percorso di voi artisti fosse qualcosa di collettivo e condiviso mentre oggi sembra esserci un clima più individualista nel mondo dello spettacolo.
«In effetti noi eravamo quasi un collettivo; lo eravamo per necessità, all’epoca eravamo circondati, assediati».

Se tornasse indietro cambierebbe qualcosa della sua vita?
«Assolutamente no. Rifarei esattamente le stesse cose. Mi ritengo una delle persone più fortunate al mondo. Una volta qualcuno mi ha chiesto: “Tu credi in Dio?”. Be’, io gli ho risposto “Per forza, con la vita che ho avuto devo per forza crederci”. Non mi sono mai guardato indietro con rabbia, altrimenti non sarei mai arrivato dove sono. Rimpiangere le cose non fatte non serve, meglio rimpiangere quelle fatte. E poi sono sempre stato convinto che la giovinezza non sia un momento della vita, ma una condizione mentale».   

In quanto artista e in quanto uomo, per cosa le piacerebbe essere ricordato?
«Come artista vorrei essere ricordato come uno che ha cercato di dare il massimo per quello che poteva fare. Non ho mai aspirato a essere l’attore migliore in assoluto, ma a essere il migliore attore che Michael Caine potesse diventare. Dal punto di vista umano, io sono comunista: per me tutti sono uguali, tratto tutti allo stesso modo, Regina compresa. Non esiste distinzione di classe, sesso, razza, religione. Del resto non poteva che essere così: mio padre era un cattolico, mia madre era protestante, sono stato educato da ebrei e sono sposato a una mussulmana».

Come mai non avete parlato di icone sportive nel vostro documentario?
«Abbiamo deciso di non parlare di sport perché lo sport non è classista. Se venivi dalla working class potevi diventare benissimo un calciatore, il football era lo sport della gente povera e infatti anche io giocavo a calcio. Per gli attori era diverso, solo i ricchi potevano recitare; se venivi da una famiglia proletaria ti escludevano a priori perché non parlavi, ti vestivi, ti muovevi nel modo appropriato. Il nostro film è sull’arte e sulla lotta di classe ecco perché il calcio non c’è».

Perché avete accompagnato le vostre interviste solo filmati di repertorio senza mostrare gli artisti dell’epoca oggi?
«È perché ora sono tutti più vecchi e noi volevamo restare negli anni Sessanta. Non volevamo che lo spettatore si perdesse in commenti stupidi come “Oh guarda come è invecchiato!”, “Oh, guarda come è diventata grassa!”, “Oh ma ora è pelato”».

Tra le persone che ha intervistato chi è che l’ha colpita di più?
«Paul McCartney».

Quale attore delle nuove generazioni ammira di più?
«Damian Lewis».

Ha ripetuto più volte che gli anni ’60 sono stati rivoluzionari, pensa che la Brexit lo sia?
«Sono a favore della Brexit. Preferisco essere povero ma padrone del mio destino, piuttosto che servire qualcun altro o essere povero per colpa di Bruxelles. Sono cresciuto pensando che il Lussemburgo fosse la sede della radio che trasmetteva musica pop, non il luogo che ora gestisce casa mia».

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