Michael è arrivato nelle sale italiane e riporta sul grande schermo una delle figure più riconoscibili, imitate e discusse della cultura pop contemporanea. Diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, nipote del cantante, il film rimette al centro la parabola di Michael Jackson: l’infanzia nei Jackson 5, l’ascesa solista, la costruzione di un’immagine diventata immediatamente iconica e anche quel lato eccentrico, fragile e spesso deformato dal racconto pubblico che ha accompagnato l’artista per gran parte della sua vita.
Proprio per questo, davanti a molte scene del biopic, la domanda nasce quasi spontanea: quanto c’è di vero nel film? Tra episodi entrati nella leggenda, dettagli realmente documentati e aspetti diventati negli anni terreno fertile per rumor e semplificazioni, alcune delle storie mostrate o evocate dal film hanno radici molto concrete.
L’incidente Pepsi che segnò Michael Jackson
Tra gli episodi meno noti al pubblico più giovane, ma più importanti nella biografia di Michael Jackson, c’è l’incidente avvenuto durante le riprese di uno spot Pepsi. Non si tratta di una leggenda né di un dettaglio romanzato: il fatto risale al 27 gennaio 1984, allo Shrine Auditorium di Los Angeles, dove Jackson stava girando una pubblicità per il marchio insieme ai fratelli. La scena prevedeva effetti pirotecnici e una coreografia costruita intorno alla performance del cantante. Durante una delle riprese, però, le esplosioni partirono troppo vicino a Jackson: le scintille raggiunsero i suoi capelli, incendiandoli mentre l’artista continuava per alcuni istanti a muoversi senza rendersi conto subito della gravità dell’accaduto. Il fuoco gli provocò ustioni al cuoio capelluto e lo costrinse a cure mediche immediate.
L’episodio è rimasto centrale anche perché, negli anni successivi, è stato spesso collegato all’inizio di un lungo rapporto con farmaci antidolorifici e trattamenti per il dolore. L’incidente Pepsi resta uno spartiacque concreto nella vita fisica e pubblica di Michael Jackson: un momento traumatico, avvenuto nel pieno dell’era Thriller, quando la sua immagine di superstar globale era ormai al massimo della visibilità.
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Gli animali e la scimmia Bubbles erano reali?
Sì, gli animali esotici di Neverland erano reali e rappresentano uno degli aspetti più celebri della vita privata di Michael Jackson. Il ranch californiano acquistato dalla popstar, per il momento solo evocato dal film ora in sala, non era soltanto una residenza, ma un vero mondo costruito su misura, con giostre, cinema, trenino e uno zoo privato che ospitava diverse specie, tra cui giraffe, lama, elefanti, oranghi e altri animali.
Il caso più famoso resta quello di Bubbles, lo scimpanzé che divenne quasi una piccola celebrità accanto a Jackson. Arrivato nella vita del cantante negli anni Ottanta, Bubbles comparve in fotografie, racconti, apparizioni pubbliche e divenne uno dei simboli più riconoscibili dell’immaginario legato al Re del Pop. La sua presenza contribuì a rafforzare l’idea di Neverland come luogo sospeso tra infanzia, spettacolo e fiaba privata. Con il tempo, però, anche quella storia cambiò. Crescendo, Bubbles non poté più vivere nello stesso modo accanto a Jackson e venne trasferito in una struttura specializzata. Dal 2005 si trova al Center for Great Apes, in Florida.

Ritratto di Bubbles, lo scimpanzé di Michael Jackson, vestito con jeans e una t-shirt, mentre tiene in mano una foto che lo ritrae insieme al cantante (Foto di Hulton Archive/Getty Images)
La vitiligine e i rumor sullo “sbiancamento”
Un altro tema fondamentale è quello della pelle di Michael Jackson. Per anni il cambiamento del suo aspetto alimentò speculazioni, accuse e rumor sul presunto desiderio di “sbiancarsi”. La realtà documentata è più complessa: Jackson soffriva di vitiligine, una malattia che provoca la perdita di pigmentazione della pelle e che può creare macchie chiare sempre più estese. Il cantante ne parlò pubblicamente nel 1993, durante la celebre intervista con Oprah Winfrey, spiegando di avere una malattia della pelle che distruggeva la pigmentazione e di non poterla controllare. Dopo la sua morte, anche il rapporto del coroner indicò la vitiligine tra le evidenze mediche, confermando la presenza di depigmentazione in diverse aree del corpo.
Questo non significa che l’immagine di Jackson non sia stata modificata nel tempo anche da trucco, trattamenti estetici, chirurgia e scelte di costruzione visiva. Ma le malelingue che hanno provato a ridurre tutto all’accusa dello “sbiancamento” volontario cancella un elemento clinico reale e verificato. La vitiligine fu alla base di una trasformazione fisica visibile, poi amplificata dal modo in cui media e opinione pubblica lessero ogni cambiamento del cantante come parte di un mistero da inseguire.
In questo senso, Michael può diventare anche l’occasione per separare il personaggio dalla caricatura: dietro alcune eccentricità c’erano davvero gesti fuori dal comune, ma dietro altri dettagli c’erano traumi, malattie e fatti molto meno sensazionalistici di quanto raccontato per anni.
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