La fabbrica dei sogni e della follia è lo Studio Ghibli. Associato comunemente a Hayao Miyazaki, nasce in realtà sulla base di una intuizione condivisa con Isao Takahata il 15 giugno del 1985, dopo anni in cui i due hanno lavorato al colosso Toei Animation. Lo stile di Miyazaki, poeta popolare, diviene ben presto il marchio di fabbrica della società, ma Takahata – che di Miyazaki è una specie di mentore, avendolo voluto con se per il suo primo film, La grande avventura del piccolo principe Valiant (clicca qui per saperne di più), nel 1968 – mantiene una propria autonomia creativa, seppure più rarefatta. Il dualismo si concretizza tra il 2013 e il 2014 con l’uscita in parallelo di Si alza il vento e La principessa splendente. Nei mesi in cui i due capolavori nascono, una regista (Sunada Mami) decide di riprendere il processo creativo, concentrandosi però sul film di Miyazaki, e trascorrendo gran parte delle proprie giornate allo Studio, un luminoso edificio di tre piani circondato da un parco. Provando non solo a restituire il funzionamento di un’azienda d’arte, ma a ripetere – o evocare – le atmosfere animate nella forma-documentario.
Ci sono quindi varie tracce nel film: frammenti di ricostruzione della storia dello studio, con materiali d’epoca; la gestazione di Si alza il vento (leggi la recensione su Movie for Kids), nelle sue diverse fasi, dalla stesura dello storyboard al doppiaggio, fino alla proiezione riservata ai dipendenti; e in filigrana, su entrambe, il ritratto – elegiaco – di Miyazaki. In questo luogo-mondo, abitato da molti disegnatori, un singolo avvocato, un responsabile commerciale e un gatto pigrissimo che sembra un’incarnazione di Totoro, si vedono tanti fogli di carta, un intero armadio pieno di matite colorate, e quasi nessun computer, rivendicazione implicita di una diversità artigianale/materica che è tipica di questo genere di realtà e che si percepisce identica visitando gli studi della Aardman a Bristol.
Nello studio di Koganei, un piccolo sobborgo fuori Tokyo, Miyazaki lavora tutti i giorni dalle 11 di mattina alle nove di sera, seguendo un certo numero di rituali – la ginnastica mattutina, le passeggiate sul tetto, la pause-sigaretta. Si occupa in prima persona di tutti gli storyboard, che traccia e poi ripassa mentalmente recitando le battute e cronometrandosi, per capire se le immagini sono sufficienti a contenere i dialoghi. Indossa sempre un grembiule bianco e – almeno a quanto ci è dato vedere – distribuisce compiti e correzioni con calma e gentilezza, ma induce comunque un rispetto timoroso, una deferenza cauta (esemplare il caso del disegnatore che non insiste con le sue idee sul design degli aerei perché dice di averlo visto irrigidirsi; poco dopo, interrogato in merito, Miyazaki lo definisce spazientito un “otaku”, in pratica un nerd, categoria della quale non ha evidentemente stima). Fra le righe emerge il ritratto di un uomo molto più concreto di quanto lo dipinga la leggenda, seppur legato intimamente alle proprie visioni e alle proprie memorie; disponibile ma creativamente accentratore, tanto da essere veramente soddisfatto solo dai propri disegni; addirittura serenamente cinico, una forma di cinismo zen che fa sorridere (“Cosa succederà allo Studio tra qualche anno senza di me? Andrà in rovina, ma non c’è ragione di preoccuparsene, non servirebbe a niente”).
Alla fine nella memoria restano soprattutto gli squarci di bellezza catturati della regia: i tramonti su Tokyo, le passeggiate nei giardini, il tono colloquiale delle riunioni, l’attitudine giocosa al lavoro. E una meravigliosa sequenza, proprio alla fine, sull’importanza di guardare le cose dall’alto, che spiega in un attimo, e meglio di tutto il resto (perfino meglio di una lettera che Miyazaki riceve e che lo fa ripensare al padre, costruttore di aerei come il protagonista di Si alza il vento), l’ispirazione del poeta.
Giudizio: ****
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