Nel 1962 il cinema italiano riuscì a sconvolgere il pubblico internazionale con un film che sembrava non assomigliare a nulla di quanto si fosse visto fino a quel momento. Si intitolava Mondo cane, era diretto da Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco E. Prosperi, e sarebbe diventato uno dei documentari più controversi della storia del cinema. O forse, più precisamente, uno dei film che più di tutti hanno messo in crisi l’idea stessa di documentario.
Presentato come un viaggio attraverso usi, riti e comportamenti umani raccolti in diverse parti del mondo, Mondo cane non aveva l’impostazione divulgativa, storica o giornalistica del documentario tradizionale. Il suo obiettivo era un altro: colpire lo spettatore, metterlo a disagio, costringerlo a guardare immagini estreme, spesso disturbanti, costruendo un’esperienza più vicina allo shock che alla conoscenza. Proprio per questo il film è considerato uno dei punti d’origine del cosiddetto mondo movie, un sottogenere in cui documentario ed exploitation si contaminano fino a diventare quasi indistinguibili.
Non fu necessariamente il primo esempio assoluto di questo filone, ma fu quello che ne fissò definitivamente le regole e perfino il nome. Dopo il successo di Mondo cane, numerosi film tentarono di replicarne la formula, spesso inserendo la parola “mondo” nel titolo per richiamarne apertamente l’impatto. L’idea alla base era quella di mostrare allo spettatore occidentale pratiche, rituali e immagini presentate come lontane, incomprensibili o intollerabili, trasformando la curiosità verso l’altro in un’esperienza di turbamento.
Il film è costruito come una successione di scene girate in varie parti del mondo, apparentemente legate dal desiderio di documentare ciò che l’occhio comune non vede o non vuole vedere. In realtà, il montaggio e il commento guidano lo spettatore verso una reazione molto precisa: disgusto, sorpresa, paura, fascinazione morbosa. Mondo cane mostra riti tribali, cerimonie funebri, pratiche alimentari considerate repellenti dal pubblico occidentale, episodi di violenza sugli animali, esecuzioni e comportamenti collettivi presentati come estremi o grotteschi. Non cerca tanto di spiegare quei fenomeni, quanto di trasformarli in una galleria di immagini difficili da dimenticare.
È qui che nasce la sua ambiguità più profonda. Da una parte, il film si presenta come una raccolta di frammenti reali, un viaggio nel mondo e nelle sue contraddizioni. Dall’altra, la sua costruzione sembra puntare deliberatamente sulla provocazione, sul sensazionalismo e sulla capacità di superare la soglia di sopportazione dello spettatore. Il pubblico veniva quasi sfidato a entrare in sala, come se assistere a Mondo cane significasse mettere alla prova i propri nervi. Una strategia che oggi riconosciamo facilmente in molto cinema estremo, ma che all’inizio degli anni Sessanta aveva una forza dirompente.
A rendere il film ancora più inquietante è il fatto che il suo sguardo non si limita alle culture percepite come “lontane”. Mondo cane riserva frecciate durissime anche alla società occidentale, al culto della celebrità, alla spettacolarizzazione dei corpi e alla violenza nascosta dentro i rituali considerati rispettabili. Celebre è la sequenza dedicata alle fan che si accalcano attorno a Rossano Brazzi, arrivando a strappargli i vestiti di dosso: un’immagine che, vista oggi, sembra anticipare in modo disturbante certe derive del divismo contemporaneo e del rapporto tra pubblico, desiderio e immagine mediatica.
Non meno impressionanti sono le sequenze legate ad alcuni rituali religiosi italiani, in particolare durante le processioni del Venerdì Santo, con fedeli che si autoflagellano fino a ferirsi. In questi momenti il film smette di guardare l’altrove e riporta l’orrore dentro casa, mostrando come la violenza, la superstizione e il sacrificio non appartengano solo a mondi esotizzati, ma attraversino anche tradizioni molto più vicine allo spettatore europeo.
Il risultato fu esplosivo. Mondo cane venne presentato in concorso al 15º Festival di Cannes, dove ottenne il premio per la migliore produzione, e alla sua uscita si trasformò in un caso internazionale. Il film ebbe un enorme successo commerciale e riuscì persino ad arrivare agli Oscar: nel 1964 ricevette una candidatura per la canzone Ti guarderò nel cuore, parte della colonna sonora composta da Riz Ortolani e Nino Oliviero. Un riconoscimento sorprendente per un’opera tanto discussa, che confermò quanto il film fosse riuscito a imporsi ben oltre i confini del cinema di nicchia.
Eppure la sua eredità resta tutt’altro che pacificata. Mondo cane è stato accusato nel tempo di sensazionalismo, manipolazione, sguardo colonialista e crudeltà gratuita. Molte delle sue immagini continuano a porre domande scomode: che cosa distingue un documentario da uno spettacolo dell’orrore? Fino a che punto è legittimo mostrare la sofferenza per provocare una reazione? E quando la curiosità dello spettatore diventa complicità con ciò che sta guardando?
Sono domande che rendono il film, se possibile, ancora più disturbante oggi. Nel 1962, Mondo cane scioccava perché portava nelle sale immagini che il grande pubblico non era abituato a vedere. Oggi, in un’epoca in cui la violenza reale circola continuamente sugli schermi, il film colpisce per un motivo diverso: perché mostra in modo brutale quanto il desiderio di guardare l’estremo non sia affatto nuovo. Prima dei social, prima dei video virali, prima della pornografia del dolore trasformata in contenuto, Mondo cane aveva già intuito il potere ambiguo dello sguardo.
La sua influenza sul cinema successivo fu enorme. Il mondo movie aprì la strada a numerosi imitatori e contribuì a preparare il terreno per un certo cinema estremo italiano, dagli horror più brutali fino ai cannibal movie degli anni Settanta e Ottanta. Quasi vent’anni prima di Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, il film di Jacopetti, Cavara e Prosperi aveva già sperimentato una formula basata sull’ambiguità tra realtà e messa in scena, documentazione e sfruttamento, denuncia e compiacimento.
Per questo, a più di sessant’anni dalla sua uscita, Mondo cane resta un oggetto cinematografico difficile da liquidare. Non è soltanto un film scioccante, né solo una provocazione figlia del suo tempo. È un’opera che continua a interrogare il rapporto tra cinema, realtà e voyeurismo, costringendoci a chiederci non solo che cosa stiamo guardando, ma perché vogliamo guardarlo.
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