Morrison

Morrison, il nuovo film di Federico Zampaglione, è una virata repentina di tono e di umore rispetto ai precedenti film da regista del cantante. Non c’è quasi traccia delle zampate thriller e horror e della passione di Zampaglione per i b-movie, dell’aura da nuovo cineasta di genere che si era ritagliato poco meno di un decennio fa. Si segue un tracciato più dolce e malinconico ed è, a tutti gli effetti, la cosa più vicina a una canzone dei Tiromancino che abbia girato fin qui (visto che anche i corti realizzati in periodo di lockdown, Bianca e Bianca Fase 2, maturavano da ossessioni di genere traslate in chiave privata, casalinga).

Il protagonista Lodo, interpretato da Lorenzo Zurzolo, è un ventenne come tanti. Fa il musicista, il rapporto col padre, chirurgo di successo, non è splendido, e anche la coinquilina di cui è innamorato, Giulia, interpretata dalla sempre magnetica Carlotta Antonelli, vista in Bangla e in Suburra – La serie, è una presenza con la quale non riesce ad entrare appieno in sintonia e che rimane, ai suoi occhi, un mistero intatto. Una ragazza intenta a ricoprirlo di un’ironia e un disincanto non immediatamente decifrabili, che sono anche un po’ la cifra di tanti rapporti sentimentali di oggi, dei teen movie più spensierati come dei coming of age veri e propri.

Lorenzo Zurzolo
Foto: Vision Distribution

Lodo, cui la presenza scenica di Zurzolo regala una malinconia post-adolescenziale istantanea, si esibisce coi MOB, una band indie, in un locale romano storico, il Morrison del titolo, ormeggiato nello stesso punto lungo il Tevere dal 1988 e sopravvissuto praticamente a tutto: disco music, pop romantico, salsa, cambiamento climatico e piene del fiume. Il film parte proprio da qui e racconta il sapore romantico, ma anche sottilmente carico d’imbarazzo, di quelle serate in cui suonano musicisti pressoché esordienti ed è labile il confine tra energia e velleità, tra eccitazione e sconforto, tra intimità (perché di fatto si suona solo davanti a pochi intimi) e primi lampi di un talento vero o presunto. Zampaglione espone tutto ciò con una certa dose di affetto e sincerità, che non vengono meno anche quando la storia, via via che la narrazione si va a comporre, assume una dimensione per così dire più storta, cupa e ombrosa, e riaffiorano i fantasmi dei suoi film precedenti.

Foto: Vision Distribution

Nel film si dice immediatamente che è stato Rocco, proprietario e fondatore del Morrison, a rendere possibile che il locale esistesse così a lungo ricorrendo a una regola aurea: chiunque suonasse nel locale doveva portare gente; “alle brutte”, come si direbbe nello slang dei più giovani nella Capitale, anche i nonni. Ed è proprio Lodo a imbattersi in qualcuno che per lui potrebbe essere un parente più attempato, a metà tra un padre, un fratello maggiore, un compagno di bevute improbabile: Libero Ferri (Giovanni Calcagno), ex rockstar che si è perso per strada dopo un solo successo, Di sale e di fuoco; un one hit wonder oggi rinchiuso in una villa che è ormai solo uno scrigno di ricordi dolorosi. S’intravede, in lui, l’ombra lunga, ma anche il ghigno impareggiabile, dolcissimo e cinico, di Franco Califano: un’idea di lirismo che accoglie tanto la poesia quanto lo sfascio, esattamente a metà strada tra l’irresponsabilità gioiosa del bambino e l’istinto alla dissipazione dell’uomo che prende a morsi la vita. In lui, a detta dell’autore, c’è un po’ di molti artisti che ha conosciuto (e qualcosa anche di sé) e lo stesso Zampaglione nel film si ritaglia un breve cameo che è anche sgradevole e – pertanto – tutto da scoprire e psicanalizzare sul fronte dei cosiddetti cattivi maestri (per non parlare delle apparizioni, molto diverse tra loro, di Ermal Meta e Alessandra Amoroso). 

Foto: Vision Distribution

Tra Lodo e Lorenzo si instaurerà una relazione non semplice, ma anche uno di quei rapporti intergenerazionali improbabili e con mille difetti ma stranamente terapeutici, nei quali il sapore delle occasioni perse si mescola a quello dei sogni ancora da cogliere prima che appassiscano. Morrison non è tanto, dunque, una parabola sul dualismo tra giovinezza e vecchiaia, né tantomeno un film sulla musica in senso stretto. Non ci sono tutti i consueti elementi-cardine dei film sui cantanti (alcuni, chiaramente, sì), ma un arco di trasformazione che si concede il lusso di ragionare sugli esiti commerciali in una chiave che cerca la schiettezza, l’anti-retorica e lo spirito di un tempo fragile e incerto, anche in rapporto a quel che resta del mercato discografico di un tempo. In colonna sonora ci sono due brani realizzati da Zampaglione con Franco 126 e Gazzelle, rispettivamente Er musicista e Cerotti, e il secondo accompagna il momento di maggior “scivolamento” notturno del film: una di quelle sequenze, solo apparentemente di raccordo, nelle quali, parafrasando il testo, un po’ si rimane un po’ e un po’ si va via, un po’ ci si ama e un po’ ci si perde, e nel buttare via l’altro si getta via sempre anche un po’ di sé.

Morrison è tratto dal libro Dove tutto è a metà, scritto da Zampaglione insieme a Giacomo Gensini (è anche il titolo di una canzone dei Tiromancino, a riprova della crossmedialità e dell’interconnessione costanti delle passioni di Zampaglione): una denominazione meno immediata di “Morrison”, che dal canto suo evoca il leader dei Doors e non ha bisogno di presentazioni e spiegazioni, ma che trabocca di incertezza, di nodi non sciolti e parabole irrisolte. Libero insegna dopotutto a Lodo a non rivolgere l’energia verso il pubblico, ma in basso, sotto di sé: è una frase che a Zampaglione è stata detta per davvero e peraltro da Lucio Dalla, e che in questa storia somiglia a una dichiarazione d’intenti e di appartenenza.

Foto: Vision Distribution

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