il contagio con Vinicio Marchioni

Siamo nel 2017 e ormai Vinicio Marchioni non ha più bisogno di troppe presentazioni. Ma soprattutto, è anacronistico parlare di lui come del “Freddo di Romanzo criminale” o di quell’attore rigoroso venuto dal teatro, esploso in Tv e approdato al cinema portandosi dietro una lieve balbuzie tenacemente addomesticata con la recitazione. No, basta. Marchioni, dalla fatidica serie di Stefano Sollima, ne ha fatte tante, si è addentrato in terreni diversi e ha incasellato nel cv commedie (Tutta colpa di Freud, Amiche da morire), film drammatici (Miele, Socialmente pericolosi) e produzioni internazionali (Third Person di Haggis e To Rome with Love di Woody Allen). Questo solo sul grande schermo, perché non sono mancate le partecipazioni in Tv – l’ultima in 1993 dove sfoggia con disinvoltura il baffino beffardo di un giovane Massimo D’Alema – e a teatro – si veda il recente e sentitissimo spettacolo su Dino Campana La più lunga ora che lo ha visto in scena insieme alla moglie Milena Mancini.

Ora Marchioni torna al cinema con Il contagio, nelle sale dal 5 ottobre dopo la presentazione in anteprima alle Giornate degli Autori al Festival di Venezia. Tratto dall’omonimo romanzo di Walter Siti (l’autore, con un passato da saggista e studioso di Pasolini, di Resistere non serve a niente, premiato con lo Strega, e del dibattuto Bruciare tutto), è una fotografia spietata e umanissima su una borgata romana dove si incrociano le storie di gente comune, criminali e spietati affaristi. Qui l’attore è un giovane inetto animato soltanto dall’ossessione per palestra e la cocaina. Ed è proprio per avere i soldi per la droga che si concede al Professore, lo “straniero” di quella palazzina decadente interpretato da un insolito Vincenzo Salemme.

Come sei stato coinvolto nel progetto e cosa ti ha spinto ad accettare?
«Mi hanno chiamato i due registi Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, ho fatto due provini e sono stato scelto. Già dalle audizioni mi sono reso conto che sarebbe stata una cosa molto seria, un’esperienza intensa, sia per l’approccio dei due autori sia per il tipo di ruolo».

Ossia?
«Be’ Matteo e Daniele fanno un lavoro di preparazione con gli attori che è meraviglioso ma che è anche lungo e impegnativo, nel senso che richiedono un tipo di approfondimento sul personaggio, prima di arrivare sul set, davvero notevole. Anche per questo, sin da subito, mi auguravo di ottenere la parte e poter collaborare con loro; del resto, Et in terra pax (l’esordio al cinema Matteo Botrugno e Daniele Coluccini del 2010, ndr) è una delle opere prime più interessanti degli ultimi anni in Italia».

E invece perché è stato “intenso” interpretare questo ruolo? Chi è Marcello?
«Marcello è un borgataro che nella vita non fa nient’altro che andare in palestra e pippare cocaina, e per mantenere questo stile di vita fa delle marchette. Ha un corpo massiccio, una corazza, dentro cui, però, si nasconde un ragazzino di sei anni. La difficoltà maggiore è stato mostrare questo corpo, vincere l’imbarazzo di recitare seminudo per gran parte del film: i due registi mi hanno spinto a fare delle cose che non avevo mai fatto prima e mi auguro che tutta questa profusione di energie arrivi allo spettatore. Inoltre, abbiamo girato spesso in piano sequenza (ossia lunghe scene senza stacchi di montaggio, ndr) e quindi ero obbligato, più che mai, a mantenere la concertazione al 100%».

Un ruolo che avrà richiesto anche una bella preparazione fisica…
«Assolutamente sì. Nel romanzo di Walter Siti, Marcello è un culturista; naturalmente non sono riuscito ad arrivare a un fisico da culturista vero ma ho dovuto metter su un bel po’ di muscoli».

Dato che tradurre è sempre un po’ tradire, rispetto al libro, in cosa è diverso il tuo Marcello? 
«Innanzitutto, è stato fatto un lavoro di sintesi in fase di sceneggiatura. Poi, se nel romanzo ci sono delle descrizioni molto approfondite degli incontri sessuali tra Marcello e il Professore, nel film questi aspetti sono solo suggeriti».

Cosa ti ha colpito del romanzo la prima volta che l’hai letto?
«La realtà che Siti è riuscito a catturare con tanta precisione e umanità. Negli ultimi anni la periferia di Roma è stata raccontata molto nella letteratura, al cinema in televisione, ma la sua fotografia è unica perché, pur essendo impietosa, lui non giudica mai i suoi personaggi; anzi, te li descrive in modo così vero e sincero che ti affezioni a loro. Siti sta sempre dalla parte dei più deboli».

Questo film, tra l’altro, è la prima trasposizione su grande schermo di una sua opera. Immagino che tu abbia avuto modo di incontrarlo.
«Sì, certo. Ci siamo visti un paio di volte prima di arrivare sul set e poi un altro paio di volte dopo l’inizio delle riprese. È nato un bel rapporto, una bella confidenza, mi ha anche invitato a fare una lettura alla presentazione del suo ultimo romanzo (Bruciare tutto, ndr) a Milano per Tempo di libri. Lui è un uomo di una cultura e di una sensibilità enorme, uno dei più grandi conoscitori di Pier Paolo Pasolini, uno scrittore immenso, un intellettuale pratico che riesce a essere sempre in contatto con la realtà, e questa è una qualità apprezzabilissima. Frequentarlo fa solo un gran bene».

Vincenzo Salemme interpreta il Professore: un ruolo drammatico e controverso, lontano da quelli a cui ci ha abituato recentemente. Come ti è sembrato in questa veste e com’è stato lavorare con lui?
«È stato un incontro straordinario. Io ho sempre amato Salemme, in tutte le cose che ha fatto: l’ho visto spesso a teatro e sono un grande fan del suo spettacolo …e fuori nevica! È un professionista straordinario, un attore di fine intelligenza e sensibilità altissima. Quella del Professore era una parte complessa, rischiosa; è stato coraggioso ad accettare. Non dimentichiamoci comunque che lui proviene dalla scuola di Eduardo De Filippo e questo si vede molto nel suo approccio alla recitazione. Mi auguro veramente che questo ruolo, inedito in un certo senso, gli possa aprire un’altra parte di carriera. Se lo merita».

Vincenzo Salemme in Il contagio

La palazzina dove si incrociano le vicende dei protagonisti, questo edificio fatiscente che pare un po’ un mix tra un alveare e il Colosseo, non è una semplice location ma sembra diventare un altro personaggio…
«In un certo senso sì. È una palazzina del Quarticciolo, quartiere periferico di Roma, e i due registi l’hanno scelta proprio perché aveva, a livello estetico, questa forma da alveare. Lo scopo del film, del resto, era fotografare posti come questi, quartieri dormitori in cui non c’è nulla, dove, per trovare il  primo teatro, il primo cinema, o la prima biblioteca, devi fare i chilometri. Si è voluto rendere l’isolamento di un luogo così verso l’esterno e, al contempo, la sua vitalità all’interno. Dentro la palazzina abita un’umanità varia, di certo contraddittoria, ma molto energica e solidale: in questi edifici si creano dei piccoli stati sociali dove le persone si aiutano tra loro».

Il Professore si muove in queste zone di periferia per trovare spunti utili al suo nuovo romanzo e queste frequentazioni arriveranno a “contagiare” i suoi princìpi borghesi. Tu, di cosa hai più paura di essere contagiato?
«Io tendo a dare un’accezione positiva a questa parola. Nel film, il contagio riguarda molto il personaggio interpretato magnificamente da Maurizio Tesei, che è quello che si fa contagiare da un’ambizione spropositata di arricchirsi, di arrivare a poter far parte dell’ambiente più ricco del centro di Roma attraverso sotterfugi e criminalità, quindi questo contagio è sia dall’alto verso il basso sia dal basso verso l’alto. Marcello è forse l’unico personaggio che non viene contagiato, semplicemente perché è un ignavo, uno che non prende decisioni, che non sceglie mai, che vive alla giornata».

Hai già visto il film finito o magari un pre-montato?
«No, non voglio vedere nulla. Di solito vedo tutti i miei film quando sono finiti, montati, definitivi e mi piace vederli in sala con il pubblico. anche per mantenermi uno sguardo più puro possibile».

Un paio di mesi hai portato a teatro La più lunga ora su Dino Campana. Seguendoti un po’ su Facebook era chiaro che quello spettacolo è stato una delle cose più sentite che tu abbia fatto.
«È uno spettacolo che mi porto dietro da sei, sette anni, forse anche di più. È stato importante perché mi ha permesso di rimanere attaccato a un certo modo di fare questo mestiere, di tornare a una dimensione più piccola, quella del teatro, che è il luogo da cui sono partito. Ho fatto questo spettacolo per una sorta di istinto di protezione: mi ha aiutato a ripulirmi da certe scorie, certe frustrazioni, e dalle illusioni che il cinema e la televisione danno. E poi Dino Campana è uno dei più grandi poeti che l’Italia abbia mai avuto, così come Sibilla Aleramo (nello spettacolo interpretata dalla moglie di Marchioni, Milena Mancini, ndr) è stata una delle più grandi intellettuali italiane».

Dove ti vedremo nei prossimi mesi tra cinema, teatro e Tv?
«A fine luglio ho iniziato le riprese di Palato assoluto, film che racconta la storia di un cuoco molto problematico che finisce di scontare una piccola pena ai servizi sociali e in quel frangete conosce un ragazzino con la sindrome di Asperger che pare avere il cosiddetto “palato assoluto”; il film è diretto da Francesco Falaschi, e vede nel cast Valeria Solarino e Luigi Fedele (uno dei protagonisti di Piuma, ndr). Poi c’è il nuovo film di Genovese, The Place, e ovviamente sono felicissimo di tornare a lavorare con lui dopo È tutta colpa di Freud; questo è il suo film dopo il grande successo di Perfetti sconosciuti, c’è un cast veramente straordinario e sono orgogliosissimo di averne fatto parte anche io. A teatro sto lavorando a Zio Vanja di Checov con Francesco Montanari e Milena Mancini: una squadra di famiglia con cui è bello lavorare. Questo spettacolo debutterà verso la metà di gennaio 2018, è co-prodotto da Khora teatro e dal Teatro nazionale della Toscana La pergola, e ne curo anche la regia».

Il vero debutto alla regia di un grande spettacolo?
«In un certo senso sì. È un po’ che sto praticando la regia teatrale, prima con lo spettacolo di Dino Campana poi conL’eternità dolcissima di Renato Cane con Marco Vergani che sarà la prossima stagione al teatro Elfo-Puccini di Milano, ma Zio Vanja è di certo la produzione più grossa, con molti attori, quindi è una specie di esame di laurea. Che naturalmente affronterò con tutta l’umiltà del mondo».

Dopo la regia teatrale, a quando il debutto dietro la macchina da presa?
«Confesso che penso da molti anni, però tra il dire e il fare, nel cinema, non c’è solo di mezzo il mare, ma oceani e monti! Insomma si devono mettere insieme molte coincidenze astrali, vedremo…».

Un film visto recentemente che ti ha fatto dire “cavoli, quella parte avrei proprio voluto farla io”?
«Ce ne sono molti. Alle Giornate professionali di Riccione ho visto il trailer di Loving Pablo, il film su Pablo Escobar con Javier Bardem, e dove dire che, sì, quello è un ruolo sconvolgente che mi sarebbe piaciuto interpretare».

Il contagio uscirà nei cinema italiani il 5 ottobre distribuito da Notorious Pictures.

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