Come nel Caimano, Nanni Moretti divide il film in un primo e un secondo livello di finzione, quello dei personaggi e quello del film che viene girato dentro al film. Come nel Caimano, al primo spetta il racconto di un dramma privato, gli ultimi giorni di vita di una donna anziana e il rapporto con i figli (una regista, la Buy, e un ingegnere, Moretti stesso), e al secondo la quota politica, che però adesso – rispetto alla sensazione di urgenza che emergeva nel discorso su Berlusconi – ha una dimensione parodica, rappresenta una specie di eco, stereotipo dello stereotipo – cioè lo stereotipo-cinema applicato allo stereotipo-fabbrica-scontro sociale.

Anche il livello autobiografico sembra doppio, nel senso che sia nella crisi creativa della protagonista (“Perché fate sempre quello che dico? Il regista è uno stronzo, a cui voi permettete di fare tutto!”), che nel tracciato privato del personaggio che interpreta, un ingegnere che prima si mette in aspettativa e poi decide di dimettersi, si intuisce il momento e l’umore di Moretti. C’è la sensazione di una stanchezza intellettuale, una stanchezza che in certi momenti ha quasi le dimensioni di un commiato, per fortuna riciclata in nuova creatività. Per il resto la bussola del film è ancora (come in Habemus Papam, ma come quasi sempre in Moretti) nella faticosa ricostruzione di un senso per le cose, in un mondo in cui le nevrosi, le debolezze e le meschinità delle persone trasformano tutto in slogan o farsa. Gli strumenti per farlo sono la pietà, l’ironia e soprattutto il dubbio, ed è una lezione che è sempre un piacere sentire, specie con questa naturalezza e intelligenza.

Superflui i giudizi sul cast, funziona l’atteggiamento realista di tutti, è interessante notare come si ricorra nei ruoli secondari ad attori quasi sempre formati allo Stabile di Genova (Gobbi, Iacopini, Zavatteri), una scuola teatrale che punta su un estremo naturalismo, straordinaria. Divertenti molti dei siparietti con Turturro, attorone americano dall’ego smisurato e la memoria breve, il cui impaccio – a contatto con le fragilità della Buy – garantisce l’alleggerimento che serve.
Ci sarebbe infine da dire qualcosa sul ruolo del latino, la lingua morta che lega le tre generazioni del film (la nonna che insegna, la nipote che studia, la madre estranea a tutto): alla fine non ne resta niente, nessuno in fondo sembra capirlo, nemmeno che ruolo abbia nel mondo. Rimangono solo i volumi in libreria, brutti voti sul registro della ragazza e un certo spaesamento. È un altro addio al linguaggio, in un cinema – questo – che è sempre stato letterale.

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