Chi è più famoso di Babbo Natale? Khaby Lame, probabilmente. Non lo so, mi fido del numero di followers su TikTok. Ma pochi altri. E Babbo Natale lo è da più tempo. La fiaba che voglio raccontarvi oggi inizia da Alexander e Ilya Salkind, produttori franco-messicani (si capisce dal nome), che nel ’73 divennero famosi grazie a due film di grande successo sui Tre moschettieri. Per il progetto seguente, nel ’78, ebbero ancora più coraggio: un kolossal di prestigio su Superman, quando ancora se nominavi i fumetti la gente pensava al Batman televisivo con i suoni onomatopeici in sovraimpressione. Funzionò pure quello! E inventarono i cinecomics. E avrebbero pure inventato i cineuniversi se il goffo spin-off su Supergirl non fosse fallito male. Ma questa è un’altra storia.
Siccome oggi è dicembre volevo parlarvi della loro idea successiva, nel 1985: creare un franchise supereroistico su Babbo Natale. Il loro concept è solidissimo: commercializzare ulteriormente il Natale raccontando di Babbo Natale che, con l’aiuto di magici superpoteri e tanti buoni sentimenti, sconfigge un villain le cui malvagie intenzioni consistevano nel voler commercializzare ulteriormente il Natale. Qual è la misura di commercializzazione giusta, vi starete forse chiedendo? Io vi scrivo da un posto in cui i negozi hanno cominciato a mettere regali di Natale in vetrina il 12 di ottobre e sono andati a ruba, per cui sono la persona sbagliata per rispondere. Santa Claus – The Movie, in Italia ribattezzato La vera storia di Babbo Natale come se fosse una biografia, costa il triplo di Ritorno al futuro e incassa a malapena il necessario per convincere Dudley Moore a fare l’elfo.
Ma in realtà la mia storia di ingordigia di Natale preferita è un’altra, ed è quella del piccolo Lee Harry – cioè, piccolo per modo di dire, aveva quasi 30 anni. Nel 1984 esce un pimpante slasher indipendente, Silent Night, Deadly Night, in Italia Natale di sangue. È la storia di un serial killer vestito da Babbo Natale, e fa scalpore: all’epoca, l’idea di disturbare lo spirito natalizio con immagini cruente su una figura fittizia tanto amata aveva scandalizzato gli Stati Uniti d’America, rischiando addirittura la censura. Aveva spiazzato tutti. Non so, forse bisognava esserci per capire. Il risultato, ovviamente, è che il film ha più successo del previsto: è un bene, è un film a tutt’oggi un po’ grezzo, ma molto divertente. Il piccolo (per modo di dire) Lee Harry entra in scena quando, nel 1987, i tirchi produttori del film di cui sopra decidono di sfruttarne il successo nel modo più bieco immaginabile: chiedendogli semplicemente di rimontarlo per una rerelease. Ma Lee Harry, preso da orgoglio artistico, si impunta: si rifiuta, e chiede piuttosto di poter girare un sequel.
Gli dicono sostanzialmente: “non ti diamo un centesimo in più, fai quello che preferisci”. E lui, sognatore che non è altro, ci prova: scrive una sceneggiatura, inizia a girarla come può, ma il budget è davvero ridicolo e a un certo punto gli tocca rinunciare. Quando Silent Night, Deadly Night 2 esce in sala è un oggetto stranissimo. Inizia con il protagonista – il fratello del killer originale – che da un ospedale psichiatrico racconta gli eventi del primo film: questa parte, composta quasi interamente da scene dell’originale rimontate, dura la bellezza di 45 minuti. Poi inizia il vero e proprio sequel, con il nuovo killer che compie una sua strage. Poi, per raggiungere gli 88 minuti totali, partono 10 minuti di titoli di coda che includono tutti i credits del film precedente. Ma la parte bella della fiaba è che le scene nuove sono spettacolari: squattrinate, raffazzonate, ma ispirate ed esilaranti, con un nuovo protagonista fomentatissimo e immediatamente indimenticabile.
Non esiste nient’altro di paragonabile a Silent Night, Deadly Night 2: è contemporaneamente una truffa e un gioiello. Se vi capita, ve lo consiglio. Ad oggi, la saga di Natale di sangue conta cinque capitoli, un reboot del 2009 e un altro in uscita in streaming questo mese.
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